venerdì 9 gennaio 2009

C'è qualcuno là fuori?

DIARIO DA GAZA: UN GIORNO IN AMBULANZA
...
I soldati non ci permettono di andare a soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale.
Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarci, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un’ambulanza della croce rossa, in coordinamento con i comandi militari israeliani, per poter correre a cercare di salvare vite: provate a immaginare quanto tempo porterebbe via una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata. Ci tocca allora stazionare in una zona «protetta», eufemismo qui a Gaza, e attendere che i parenti ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla. Così è andata verso le 5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l’ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando aveva già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l’area per andare a rispondere ad un’altra chiamata, abbiamo visto girare l’angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti. La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra.
Questa non è una guerra perché non ci sono due eserciti che si danno battaglia su un fronte; è un assedio unilaterale condotto da forze armate (aviazione, marina, ed esercito) fra le più potenti del mondo, sicuramente le più avanzate in fatto di equipaggiamento militare tecnologico, che hanno attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e dove c’è una resistenza male armata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio. Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare qualcosa. Un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto.
L’esercito israeliano continua a prendere di mira le ambulanze.
Dopo il dottore e l’infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, che lascia 4 figli. Verso le otto e mezza di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza city, due civili falciati dalla mitragliatrice di un tank; una delle nostre ambulanze della mezzaluna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere hanno caricato i due feriti sull’ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l’ospedale, quando sono stati centrati in pieno da un proiettile sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti e ha ucciso anche il nostro amico; l’infermiere se l’è cavata ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora. Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c’era carenza di personale. Siamo sotto una pioggia di bombe, nessuno se l’era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli, convinto che oltre la sua famiglia c’erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere. Ci mancano le sue burle, il suo irresistibile e contagioso sense of humor che rallegrava l’intero ospedale Al Auda di Jabalia anche nelle sue ore più cupe e drammatiche, quando sono più i morti e i feriti che confluiscono, e ci sente quasi colpevoli, inutili per non aver potuto fare qualcosa per salvarli, schiacciati come siamo da una forza micidiale inesorabile, la macchina di morte dell’esercito israeliano.
Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che se avessi mai un giorno una mia progenia, non avrò mai il coraggio di tramandare.
C’E' QUALCUNO LA' FUORI?
La desolazione del sentirsi isolati nell’abbandono è pari alla veduta di un quartiere di Gaza dopo un’abbondante campagna di raid aerei. Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta, ho passato a mia volta il cellulare agli eroici dottori e infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visto rincuorarsi per un breve attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere, ma le manifestazioni non sono ancora abbastanza partecipate per esercitare quella pressione necessarie affinché i governi occidentali costringano Israele in un angolo, ad assumersi le sue responsabilità come criminale di guerra e contro l’umanità.
Moltissime le donne gravide terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri. Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei a bordo verso l’ospedale di Auda e lasciandoci dietro negli specchietti retrovisori lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in procinto di fiorire potesse essere il beneaugurio per un futuro di pace e speranza. L’illusione si è dissolta col primo razzo che è crollato a fianco della nostra ambulanza tornando da Auda al centro di Jabalia. Queste madri coraggio mettono tristemente al mondo creature le quali assorbono come prima luce nei loro occhi, nient’altro oltre il verde militare dei tanks e delle jeeps e i lampi intermittenti che precedono le esplosioni.
Quali prospettive di vita attendono bimbi che fin dal primo istante della loro nascita avvertono sofferenza e urla di disgrazia?
RESTIAMO UMANI.

Vittorio Arrigoni
(Fonte: Il Manifesto)

16 commenti:

isline ha detto...

Oddio...
Questa foto è agghiacciante...

silvano ha detto...

Foto agghiaciante...non mi viene da dire nulla, nemmeno una reazione. Io sono qui al caldo, dinanzi un pc e mi vergogno e basta.
Che fossimo il peggiore degli animali lo sapevo già ma sentirmelo così ricordare è veramente agghiacciante.
Qua non si capisce che al di là dei torti e delle ragioni c'è un'oggettiva catastrofe umanitaria.
Un passo indietro tutti e pietà, solo pietà.

mariarubini ha detto...

franca.... un abbraccio....

amatamari ha detto...

Mi sembra che l'azione intrapresa da Chavez sia ad oggi l'unico atto politicamente convincente - infatti da Washington è subito arrivato l'avvertimento di voler espellere l'ambasciatore venezuelano negli Stati Uniti.
La sensazione di abbandono che attanaglia chi in questi momenti sta vivendo una carneficina è, in misura infinitesimale, anche la mia: può accadere di tutto - oggi a Gaza come ieri a Sebrenica - che nulla si muove finchè i poteri forti non alzano un dito - una stanza dei bottoni dove potere economico ed equilibrio internazionale viaggiano di pari passo -
Siamo davvero tutti inutilmente ostinati nel credere che possa esistere una via di pace?

Saretta ha detto...

agghıacıante non rende davvero l ıdea...
e quella e solo una delle mıglıaıa..

Crocco1830 ha detto...

Non riesco a descrivere la rabbia.

tommi ha detto...

o mio dio.

Laura ha detto...

Mamma mia... ma io quella foto non riesco a guardarla!!!

Chit ha detto...

Terribile!
Non trovo altre parole, penso che l'immagine ed il testo dicano tristemente tutto.
Il problema è che non ho risposta al post.

Vincenzo ha detto...

Sarà anche impressionante ma quella foto così com'è è il miglior ritratto di quello che oggi è Israele: portatore di morte...il seme dell'odio...

Anonimo ha detto...

Non si può strumentalizzare una situazione così.
Israele ha il sacro santo diritto di difendere i propri cittadini e di combattare il terrorismo.
Semmai sono i terroristi, hamas, che usa la povera gente per farsi scudo.
Se certe cose non si vivono, nn si può parlare!!!
Hamas va combattuta, xchè nn pubblichi anche le foto dei cittadini israeliani fatti saltare con kamicaze di hamas?
Pulman zeppi di cittadini israeliani uccisi...metti anche quelle foto!!!

Conte Max

Franca ha detto...

@ Conte Max:

"Se certe cose non si vivono, nn si può parlare!!!"

Hai perfettamente ragione.
E infatti l'articolo l'ha scritto uno che queste cose le vive ogni giorno sulla propria pelle.

Israele è l'occupante e la Palestina è l'occupato.
Questa è la storia, quindi quello che si sta difendendo non è quello che intendi tu...

Anonimo ha detto...

Evidentemente nn hai ben chiara la situazione...
La palestina nn è una nazione!
Capisci la differenza fra una nazione e una autorità nazionale?
Elementi di diritto internazionale...
Cmq nn condivido questo modo di strumentalizzare tutta la vicenda.
Sono i terroristi che sfruttano la povera gente per farsi da scudo contro le truppe istraeliane, che hanno tutto il diritto di difendere la propria gente da hamas.
Ti ripeto, xchè nn pubblichi anche le foto dei bus pubblici fatti saltare in aria da hamas in Israele?
Strumentalizzare il tutto è solo ridicolo...

Anonimo ha detto...

nn mi sono firmato...
Conte Max, ossia Massimo.

Franca ha detto...

@ Massimo:

Potrei risponderti che probabilmente sei tu che non hai ben chiara la situazione, ma non mi piacciono questi battibecchi a due.
Ugualmente però non mi piace essere offesa.
Di pure come la pensi, ma impara a rispettare il mio pensiero, se no vai pure in altri luoghi...

Romina ha detto...

Come si può commentare?

Quoto l'intervento di Silvano.