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lunedì 10 settembre 2007

Ancora sugli embrioni chimera

Chissà poi perchè questo nome?

L'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) ha dato il via libera alla ricerca sui cosiddetti “embrioni chimera”, cioè embrioni ottenuti trasferendo DNA umano in ovociti di mucca, privati del loro nucleo.
L'obiettivo è quello di ottenere linee di cellule staminali “su misura” per lo studio di malattie neurodegenerative, come l'Alzheimer e il morbo di Parkinson.
La tecnica proposta potrebbe essere la soluzione al problema della carenza di ovociti e di embrioni umani in sovrannumero, cioè quelli non più utilizzati dalle coppie che compiono interventi di fecondazione artificiale. In questo modo, oltre ad avere a disposizione una fonte illimitata di embrioni umani al 99%, i ricercatori inglesi pensano che questa tecnica permette di selezionare il DNA che si vuole trasferire prelevandolo da pazienti colpiti da una determinata malattia. Diventa così più facile ottenere cellule staminali da utilizzare come modello per studiare quella stessa malattia e per sperimentare terapie. Teoricamente, per ogni tipo di malattia neurodegenerativa si avrebbero a disposizione le cellule staminali che permettono di studiarla.
Sembra che un'interpretazione estensiva della legge 40, che all'articolo 13 vieta di creare embrioni chimera e ibridi, basterebbe per dichiarare ammissibile il progetto di ricerca britannico dato che in esso non si ha né la produzione di chimere, in quanto il materiale genetico animale e umano non si trovano nella stessa blastocisti né la formazione di ibridi, in quanto gli embrioni ottenuti introducendo nell'ovocita bovino il materiale genetico di cellule somatiche non sono in grado di completare lo sviluppo e, quindi, non esiste la possibilità che possano diventare feti.
La Chiesa italiana cerca di bloccare sul nascere l'eventualità che la ricerca inglese possa estendersi e pone il dibattito in chiave eminentemente culturale: mettere in primo piano una visione antropologica che funga da contraltare allo scientismo e faccia appello a quei principi di sacralità della vita umana che restano non negoziabili come li hanno definiti papa Ratzingere il cardinal Ruini.
“Un atto mostruoso contro la dignità umana”, il giudizio di monsignor Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
In un comunicato che teme, con la creazione delle chimere, “conseguenze imprevedibili sia a livello antropologico sia a livello sanitario”, la fondazione “Scienza e Vita”, presieduta dalla senatrice della Margherita Paola Binetti, dichiara che “La cattiva scienza non richiederebbe neanche una valutazione etica poiché è già di per sé inaccettabile”.
Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia ha detto: “Il frullato di specie umana ed animale è una scelta assolutamente inquietante, un vero e proprio crimine contro l'umanità”.
Quella stessa umanità che ogni scienziato e ricercatore onesto si ripropone di aiutare.
Combinare materiale biologico di specie diverse non ha niente a che fare con il creare una nuova specie. Combinazioni di materiale genetico umano e animale si fanno da decenni: Cohen e Brown nel 1982 ottennero la prima produzione di insulina inserendo DNA umano in un batterio, con grande vantaggio dei diabetici costretti fino ad allora ad usare un’insulina di origine animale.
L’autorizzazione del governo inglese a questa ricerca è arrivata dopo che una consultazione pubblica ha rivelato che la maggior parte dei britannici non è contraria all'utilizzo di tali embrioni a scopo di ricerca. Dalla consultazione (tre mesi di sondaggi, incontri pubblici e dibattiti al costo di circa 220 mila euro) è emerso che sebbene inizialmente scettico, il pubblico gradualmente è diventato più aperto all'idea e alla fine il 61% si è detto favorevole a tali ricerche.
Forse è giunto anche per noi italiani il momento di aprire un grande confronto pubblico sulla fecondazione artificiale, sull'aborto, sul tema della fine della vita e sulla libertà di cura.
Nel mondo anglosassone i Comitati di bioetica hanno la funzione di preparare il dibattito pubblico con dossier che vengono inviati alla popolazione.
In Italia invece non si è abituati a parlare con i cittadini che rappresentano l'unico vero interlocutore e le scelte calano sempre dall’alto.