La guerra
è essere
in casa con la tua famiglia quando all'improvviso ti piomba addosso un razzo,
sparato da non si sa chi, sparato per non si sa quale motivo. La guerra è una madre che
rimane a casa con le due figlie che non ce l'hanno fatta, mentre il resto della
famiglia viene trasportato di corsa in ospedale. La guerra è una bambina di 9 anni che fa
domande a cui non sai come rispondere. La bambina si chiama Madina. È l'unica della sua famiglia rimasta illesa: ha
viaggiato due ore sulla nostra ambulanza, per accompagnare i parenti feriti da
Tagab, dove vivono, al nostro ospedale di Kabul. È stata lei a dirci i loro
nomi, mentre guardava il nostro staff che li trasportava sulle barelle. Era lei
a chiederci come stessero il fratellino, il padre, i due cugini e gli zii. Che spiegazione si può dare a una bambina di nove anni di fronte a quelle
ferite? Sara, coordinatrice
medica in Afghanistan
Il discorso di Gino Strada alla cerimonia dei nobel alternativi (Right Livelihood Awards).
«Io sono
un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa,
Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite
da proiettili, frammenti di bombe o missili.
A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la
prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti
dalle cosiddette "mine giocattolo", piccoli pappagalli verdi di
plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi
aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po', fino a
quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini
senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e
l'aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.
Mi è occorso del tempo per accettare l'idea che una "strategia di
guerra" possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi,
i bambini e la mutilazione dei bambini del "paese nemico". Armi
progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini
innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso.
Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre
contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.
Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1200
pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il
90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo
"il nemico"? Chi paga il prezzo della guerra?
Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un
forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il
60% nella seconda. E nei 160 e più "conflitti rilevanti" che il
pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di
oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava
costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello
riscontrato nel conflitto afgano.
Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto
toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l'entità di
questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella
maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente
inesistenti.
Negli anni, Emergency ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per
le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in
molti altri paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico
con l'inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di
riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso.
L'origine e la fondazione di Emergency, avvenuta nel 1994, non deriva da una
serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli
operatori e in corsie d'ospedale. Curare i feriti non è né generoso né
misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.
In 21 anni di attività, Emergency ha fornito assistenza medico-chirurgica a
oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell'oceano, si potrebbe dire, ma
quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche
cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l'esperienza di
Emergency.
Ogni volta, nei vari conflitti nell'ambito dei quali abbiamo lavorato,
indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il
risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l'uccisione
di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della
guerra.
Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito
l'idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla
solidarietà e il rispetto reciproco.
In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all'indomani
della seconda guerra mondiale. Tale speranza ha condotto all'istituzione delle
Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell'ONU: "Salvare le future generazioni
dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha
portato indicibili afflizioni all'umanità, riaffermare la fede nei diritti
fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana,
nell'uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi
e piccole".
Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca
esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella
Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. "Tutti gli esseri umani nascono
liberi ed eguali in dignità e diritti" e il "riconoscimento della
dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti,
uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della
giustizia e della pace nel mondo".
70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente
falsa. A oggi, non uno degli stati firmatari ha applicato completamente i
diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita
dignitosa, a un lavoro e a una casa, all'istruzione e alla sanità. In una
parola, il diritto alla giustizia sociale. All'inizio del nuovo millennio non
vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi.
La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è
la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra
nega tutti i diritti umani.
Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei paesi
sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e
donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4000 civili in vari
paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria
e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a
lasciare le loro case.
In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la
scelta della violenza abbia - nella maggior parte dei casi - portato con sé
solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di
terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l'uso
della violenza.
Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai
più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russell-Einstein: "Metteremo fine al genere umano
o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?". È possibile un
mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano?
Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò
non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere
che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto
che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere
parte anche del nostro futuro.
Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da
risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.
Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l'umanità
e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla
medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa
devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e
sconfiggerla.
Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere
umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il
loro Orologio dell'apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani: "L'orologio ora si trova ad
appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno
eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e
la vita della civiltà umana".
La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell'immaginare, progettare e
implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e
alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La
guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza
non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.
L'abolizione della
guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.
Possiamo chiamarla
"utopia", visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine
utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora
esplorata e portata a compimento.
Molti anni fa anche l'abolizione della schiavitù sembrava
"utopistica". Nel XVII secolo, "possedere degli schiavi"
era ritenuto "normale", fisiologico.
Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il
consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della
schiavitù: oggi l'idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci
repelle. Quell'utopia è divenuta realtà.
Un mondo senza guerra è un'altra utopia che non possiamo attendere oltre a
vedere trasformata in realtà.
Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una
necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare
in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l'idea della guerra divenga un
tabù e sia eliminata dalla storia dell'umanità.
Ricevere il Premio Right Livelihood Award, il "Nobel alternativo",
incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli
sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per
l'abolizione della guerra.
Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei
colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa
iniziativa. Lavorare insieme per un
mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni
future».
Le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione”. È questo il riassunto del pensiero dei volontari di Emergency, che all’indomani dei tragici fatti di Parigi , commentano così la strage su Facebook: “Siamo scioccati dal massacro di Parigi. “Ancora una volta colpire la popolazione civile è un gesto disumano e vigliacco”, scrivono.
“Vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria: le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione. Diritti, democrazia e libertà sono l’unico modo di spezzare il cerchio della violenza e del terrore”.
“L’alternativa è la barbarie che abbiamo davanti e alla quale non possiamo arrenderci”, concludono. Un pensiero naturalmente condiviso dal fondatore Gino Strada che per chiarire le sue idee al riguardo cita Bertold Brecht: “La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”.
Poi la chiosa che è un grido di dolore e di battaglia: “L’unico modo per far finire la violenza è smettere di usarla”.
Il 7
ottobre del 2001, quattordici anni fa, iniziava l'attuale conflitto in
Afghanistan.
A che cosa sono serviti questi quattordici anni di guerra?
Certamente non a "portare la democrazia" o a "combattere il
terrorismo", né a pacificare il Paese: si combatte in 25 province su 34, e
il numero dei feriti e delle vittime civili cresce di mese in mese. A che cosa sono serviti questi quattordici anni di guerra? Quello che vediamo
noi tutti i giorni sono civili uccisi, civili feriti, villaggi distrutti,
combattimenti in aumento, feriti in aumento. Un orrore senza fine che arriva al
bombardamento di un ospedale: un atto di violenza inaccettabile. Nella foto potete vedere
Giorgia, infermiera del nostro ospedale a Kabul, che si prende cura di Madina,
una bambina di 8 anni arrivata da Kunduz.Eccola: è questa la
realtà di quattordici anni di guerra in Afghanistan. (Dalla news letter di Emergency)
Martedì 16 luglio il Senato ha approvato con 202 voti favorevoli, 55 contrari e 15 astenuti la mozione di maggioranza che prevede di avviare un'inchiesta su efficacia e costi del Programma Joint Strike Fighter, che porterà all'acquisto di 90 F-35 per una spesa iniziale compresa tra i 13 e i 17 miliardi di euro. Nello stesso momento il Senato ha respinto la mozione di minoranza che chiedeva al governo italiano di non partecipare al Programma.
Contro il Programma degli F-35, negli ultimi mesi c'è stata una grande
mobilitazione popolare, che poco ha potuto sulle decisioni della classe
politica se non suscitare qualche dichiarazione pre-elettorale e molti
richiami alla responsabilità nei confronti “della nostra industria e degli
impegni internazionali”.
Il Parlamento ha
scelto consapevolmente di non esercitare nessuna responsabilità, invece, nei
confronti di chi in Italia soffre le conseguenze di una pesante crisi
economica.
Questa settimana l'Istat dichiarava che i
poveri in Italia sono oltre 9 milioni e mezzo: quanto si potrebbe fare per
ridare futuro e dignità a queste persone e a tutta l'Italia facendo quello
stesso investimento in scuola, politiche per il lavoro, sanità?
Nessuna responsabilità
è stata esercitata nei confronti della nostra Costituzione, che
all'articolo 11 continua a recitare "L'Italia ripudia la guerra".
E nessuna
responsabilità si è voluta esercitare nei confronti delle vittime di guerra, che
Emergency continua a curare nei suoi ospedali: 9 su 10 civili, 1 su 3
bambini.
Senza altre parole... Da Lavori in corso a Sinistra
La Giornata della Memoria è un giorno importante, tempo dedicato alla riflessione, al ricordo, allo studio di ciò che è stato. La Storia è tutto, la “vera scienza”, luogo dove ciò che accade ha un senso, causa e conseguenza di altri eventi. Per questo il “mai più” retoricamente reiterato ha un valore: perché lo studio e la comprensione del passato possono trasformarsi in moniti perenni che incidono sul presente e determinano il futuro.
La Giornata della Memoria obbliga a fare i conti con il peggiore abominio della Storia dell’umanità. Non soltanto per l’estensione obiettiva dei numeri, che impressionano e rendono impossibile qualsiasi raffronto, qualsiasi comparazione. Ma soprattutto perché avvenuto in coincidenza del punto più alto dello sviluppo imperioso del capitalismo europeo. Perché avvenuto nel cuore della modernità, della supposta civiltà, nel cuore storico e geografico del Grande Novecento.
La Giornata della Memoria ha un valore immenso, però, a patto che si ricordi tutto.
Che si ricordi la Shoah, lo sterminio di 6 milioni di ebrei in nome del progetto criminale di purificazione della razza, attuato dalla Germania nazista e dai suoi alleati (in primo luogo la nostra cara Patria di “italiani brava gente”) attraverso legislazioni “razziali”, rastrellamenti nei ghetti, deportazioni, eccidi, stragi. Che si ricordi lo sterminio dei rom, dei sinti, degli omosessuali, dei disabili fisici e mentali (i programmi di eugenetica sui bambini con varie disabilità sono lo specchio dell’abisso di barbarie). Che si ricordi il martirio degli antifascisti deportati nei campi di concentramento e in particolare dei comunisti, morti perché più strenui oppositori del disegno nazifascista e massicciamente impegnati nelle lotte di Resistenza e di Liberazione.
E che si ricordino – lo diciamo in tono volutamente polemico e riferendoci a quella cultura della memoria mainistreaming ad uso e consumo del passivizzato pubblico televisivo – i nomi e le bandiere degli assassini e i nomi e le bandiere degli eroi liberatori. Perché il Novecento non è la notte nella quale tutte le vacche sono nere. Ci sono boia e uomini giusti, carnefici e vittime, stelle luminosissime che rischiarano il cielo della Storia: gli uomini e le donne protagonisti della Rivolta del Ghetto di Varsavia del 1943, i soldati che aprirono i cancelli di Auschwitz il 27 gennaio 1945, i più di venti milioni di sovietici che ci consentirono di chiudere i conti con il nazifascismo e sperare in un futuro di pace e democrazia.
Anche per loro, per tutti loro, vale la pena ricordare e non smettere mai di lottare.
Il sangue continua a scorrere nella "Striscia della morte". Nel giro di pochi giorni siamo di nuovo a parlare di ciò che sta accadendo in Palestina, dove si è intensificata l'offensiva armata da parte dello stato di Israele. Non possiamo non ripeterci, tutto avviene nel totale disinteresse della comunità internazionale e ovviamente, della UE. Netanyahu, bisognoso di consensi in vista delle imminenti elezioni, l'aveva preannunciato, e così è stato! L'operazione "Pilastri della difesa" è iniziata con una prima e già micidiale offensiva aerea denominata "Colonna di nuvola" che non ha mancato di dare subito gli esiti nefasti che la cronaca ci riporta: 10 morti e decine di feriti, molti dei quali bambini che secondo testimonianze oculari sarebbero stati ritrovati carbonizzati.
Il colpo grosso di Israele, è venuto con l'uccisione del comandante militare di Hamas, nonché leader della Brigata al-Qassam, Ahmed al-Jabariun. Le vite umane non si differenziano tra loro, ma quando si viene a conoscenza dell'uccisione di una bambina di 7 anni, tanti ne aveva Ranan Arafat, e persino di un'altra "piccolissima creatura" di appena 11 mesi, non si può che rimanere inorriditi! Missili e bombe fendono l'aria, incuranti del possibile bersaglio; il valore di un essere umano si azzera, come fosse carne da macello, solo per il fatto di essere palestinese.
Tra i piani di Israele non si esclude persino una più vasta offensiva terrestre con lo scopo di colpire la resistenza palestinese. Se ciò avvenisse potremo ritrovarci di fronte ad una seconda strage, simile a quella di "Piombo fuso". La "nomination" dell'anno è ormai avvenuta, incoronando Obama per la seconda volta. Forse è per questo che dal Pentagono arrivano attestati di appoggio all'azione israeliana! Gli Stati Uniti l'evoluzione della situazione a Gaza ribadendo il pieno sostegno al diritto di Israele di . Ad affermarlo è uno dei portavoce del Pentagono, il tenente colonnello Stephen Warren. La posizione degli Stati Uniti è dunque quella di "solidarietà con il partner Israeliano, nel suo diritto di difendersi contro il terrorismo". La Democrazia di Obama avvalla "il diritto di Israele alla legittima difesa"! ...Ma di quale legittima difesa si parla?? Abbiamo già avuto modo di affermare, portando persino la testimonianza di autorevoli Docenti di Diritto internazionale, che la sproporzione delle forze in campo non può legittimare alcun diritto ad attaccare con ferocia, soprattutto avvalendosi di strumenti bellici devastanti. Le ragioni di questa rapida escalation di violenza potrebbero essere diverse; da non sottovalutare quella di una sorta di prova generale in vista di un attacco all'Iran, oppure una delle ormai tipiche prove di forza che Israele compie nei confronti di una Palestina ormai davvero provata da decenni di logorante quanto lenta agonia. Restano i fatti. Siamo di fronte ad un massacro in piena regola, ripetuto tra l'indifferenza generale, e come abbiamo visto, persino dall'incredibile solidarietà di paesi "potenti" (anche se scritto con la "p" minuscola!). Non possiamo aspettarci molto dalla comunità internazionale, e la sola cosa che possiamo fare è cercare di sostenere con forza la "voce" dei movimenti. La sinistra ha un ruolo ovviamente di primo piano in questo percorso, e non può disattenderlo. Occorre che sia fatto con intelligenza e soprattutto con la massima consapevolezza di ciò che si vuol portare avanti. Abbiamo bisogno di alzare il livello della discussione per favorire un percorso di pace. Occorre entrare nel merito delle vere contraddizioni, nelle debolezze che dietro la maschera del "gigante" forte e prepotente, lo stato di Israele porta con sé. Le parole di Luisa Morgantini, già vicepresidente del parlamento europeo e membro della delegazione UE per le relazioni con la Palestina, in visita nei Territori, ci consegnano un quadro importante: "In atto c'è un processo enorme di colonizzazione, l'occupazione militare cresce e Israele diventa sempre più uno Stato malato, chiuso in se stesso e razzista verso gli stessi israeliani, poveri o laici". Un motivo in più per capire che la Religione è cosa ben diversa dall'agire politico e guerrafondaio di uno stato... Le proteste e gli attacchi (di qualunque tipo) contro i luoghi di culto religioso, come le sinagoghe, non possono essere azioni percorribili né tanto meno da giustificare. Cosa ben diversa, è invece quella di denunciare senza sosta e con decisione, le atrocità che il popolo palestinese subisce ormai da tempo immemorabile. Un popolo che da anni, sotto il cielo di Gaza, si trova a dover lottare con ogni mezzo per non trovarsi scippato dello stesso diritto a vivere.
In assoluto silenzio si consuma la carneficina di Gaza
di Fabrizio Verde
Nell'assordante silenzio dei media continuano a morire palestinesi innocenti nella Striscia di Gaza, le cui strade da una settimana sono lastricate di sangue. Velivoli e carri armati israeliani continuano a scaricare bombe, anche in pieno giorno, anche in pieno centro, con le strade affollate. Una vera e propria guerra asimmetrica.
Il bilancio è pesante: 16 morti e oltre 60 feriti. Sabato pomeriggio a perdere la vita è Ali Moutaz Al Shawat, un bambino di 5 anni e mezzo che si trovava presso Khan Younis a sud della Striscia di Gaza. Un colpo dell'artiglieria israeliana ha spezzato la sua giovane vita, ferendo suo padre e altre 3 persone.
L'attivista Rosa Schiano dell’International Solidarity Movement, che risiede da tempo in quel di Gaza è una delle pochissime voci che documentano - attraverso Facebook e il blog di Oliva - i crimini perpretrati dall'esercito israeliano ai danni della popolazione palistinese. Con un modus operandi che ricorda in maniera sinistra quello delle camice brune.
L'italiana recatasi presso l'obitorio dell'ospedale Nasser, ha potuto vedere e fotografare il corpo straziato del bambino. Queste le sue parole affidate al social network Facebook: "Guardate questo bambino guardatelo bene l'ho fotografato stamattina nell'obitorio. Un carroarmato israeliano l'ha ucciso sabato mattina in Khan Younis a sud della Striscia di Gaza. Ali Moutaz Al Shawat aveva 5 anni e mezzo. Queste sono le vittime della follia criminale israeliana. Sono dei pazzi stanno attaccando anche al centro della città in pieno giorno, un altro civile è morto ve lo mostrerò nell'obitorio e molti feriti. Sono da poco tornata a casa con la morte negli occhi e addosso mi viene da vomitare. Vi prego chiedete di fermare questo massacro".
Sembra davvero assurdo che una carneficina di questa portata non venga raccontata, da quegli stessi media che dedicano tanto spazio e dovizia di particolari e d'immagini a quanto accade in Siria. Oppure che quanto si sta consumando in questo lembo di terra martoriata sia relegato in poche righe, senza alcuna immagine che possa andare a scatenare qualche sussulto di coscienza. Alla luce di quanto sta accadendo, una immane tragedia, risulta ai limiti dell'incredibile Rainews che riferisce di presunti festeggiamente nella Striscia di Gaza per il risultato delle elezioni in Egitto vinte dal candidato islamico, ma non menziona neppure i boimbardamenti israeliani in corso.
Intanto nel silenzio più assoluto gli attacchi continuano e il bilancio si aggrava. Solo nella giornata di sabato l'aviazione militare israeliana ha colpito diverse zone della Striscia di Gaza: al mattino il centro di Gaza City e siti di sicurezza di Hamas, provocando 17 feriti. Nel pomeriggio invece è toccato alla zona denominata "Nasser" centrale e molto affollata. 1 morto e 9 feriti il risultato. Il tutto documentato dalla coraggiosa Rosa Schiano.
Evidentemente queste vite spezzate che per Israele costituiscono solamente "danni collaterali" per i nostri organi d'informazione impegnati a parlare di tutt'altro, non fanno notizia. Questa vera e propria guerra con il suo corollario tragico fatto di lutti e immani sofferenze, vite spezzate e corpi mutilati, non dev'essere raccontata. Fatta eccezione quando si ha la possibilità di sbattere in prima pagina il disumano "terrorista" palestinese.
l governo italiano ha chiesto a noi cittadini di aiutarlo nella lotta agli sprechi segnalando via Internet quali sono secondo noi le spese inutili da tagliare.
E noi segnaliamo lo spreco più grande: le spese militari che risucchiano ogni anno miliardi di euro dei nostri soldi.
Qualche esempio?
Guerra in Afghanistan: oltre 760 milioni in un anno
Acquisto degli F-35: 15 miliardi nei prossimi anni
Parata militare del 2 giugno: 10 milioni di euro nel 2011
I nostri politici, ‘tecnici’ e non, forse non hanno letto l’ultimo rapporto della Corte dei conti statunitense (il Gao) sul programma F-35 Joint Strike Fighter, reso pubblico lo scorso 20 marzo. O forse lo hanno ignorato, come hanno fatto del resto i mass media italiani.
Nel rapporto viene detto che i nuovi cacciabombardieri (di cui l’Italia vuole comprare 90 unità a un costo di almeno 10 miliardi di euro) sono gravemente difettosi e richiederanno modifiche progettuali che ne faranno lievitare ulteriormente i costi. Dalla lettura del documento del Gao emerge chiaramente che gli Usa, e noi alleati, stiamo gettando miliardi in un pozzo senza fondo per delle macchine che ancora non funzionano perché non collaudate”.
“Lo sviluppo dei sistemi che garantiscono la capacità di combattimento del Joint Strike Fighter rimane in ritardo e a rischio: ad oggi – si legge nel documento – solo il 4 percento dei requisiti sono stati verificati (…). I caschi dei piloti con i display integrati si sono rivelati il problema più rischioso (…). Altri problemi ci sono con i radar, con il processore integrato, con gli equipaggiamenti di comunicazione e navigazione e con le capacità di guerra elettronica” (…). “Lo scorso ottobre i collaudatori hanno denunciato problemi anche con il sistema di visione notturna e con la manovrabilità del velivolo e in generale una scarsa affidabilità”
“Lo sviluppo del software di bordo, il più complesso mai realizzato, sta prendendo più tempo del previsto e pone rischi tecnici sgnificativi” (…). “La variante del velivolo per le portaerei non si è dimostrata adatta all’imbarco per problemi con l’uncino di coda, richiedendo una riprogettazione” (…). “Vanno ancora fatti i collaudi sul volo a bassa quota, sul funzionamento dei sistemi d’arma e di attacco in picchiata e potrebbero riservare altre sorprese”.
Il rapporto spiega come le modifiche resesi necessarie finora per “rimediare alle deficienze emerse nel corso dei collaudi” abbiano già fatto raddoppiare dal 2001 a oggi il costo complessivo del programma (da 183 a 312 miliardi di euro) e di ogni singolo aereo (da 63 a 127 milioni di euro): ma il peggio, lascia intendere il Gao, deve ancora venire.
“Il numero di modifiche al programma rimarrà molto elevato fino al 2019 (…). Con il passaggio alla fase di sviluppo dei software più complessi e delle capacità avanzate, il Jsf presenterà problemi costosi. Con la maggior parte dei collaudi di volo ancora da fare, il programma subirà ancora molte revisioni progettuali e continue modifiche del processo produttivo (…) con prevedibile ulteriore crescita dei costi”.
One Response to La verità della Corte dei conti Usa sugli F-35
"Ce l’ha detto Erodoto, nel V secolo avanti Cristo: nessuno è così pazzo da preferire la guerra alla pace.
Ce l’ha spiegato Albert Einstein: la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.
L’ha ripetuto Bertolt Brecht, dopo il secondo conflitto mondiale: guerra vuol dire che la povera gente fa la fame, fra i vincitori come fra i vinti.
Eppure, ancora oggi, i governi del mondo raccontano che la guerra è necessaria, che la guerra è una soluzione, che porterà democrazia, ricchezza, pace.
Non è vero. I cittadini del mondo lo sanno, che non è vero.
Anche Gianni Rodari, che aveva conosciuto tanti bambini e tanta guerra, diceva che ci sono cose da non fare mai, né per mare né per terra: per esempio, la guerra. Lo diceva in forma di filastrocca, ma dovrebbero leggersela i grandi, più che i bambini.
Ecco: cari governi del mondo che fate la guerra sulla pelle dei cittadini, leggete Gianni Rodari. Leggete Martin Luther King, leggete Don Milani. Leggete Albert Einstein, che non era proprio l’ultimo degli stupidi.
A volte, quando sembra che l’interlocutore non comprenda il nostro punto di vista, diciamo “Ma lo capisci o devo farti un disegno?”. Cari governi del mondo, abbiamo chiesto a dodici bravi illustratori di farvi un disegno. Chissà che venga più facile capire quello che capirebbe anche un bambino: se vuoi la pace, prepara la pace."
Stiamo entrando nel decimo anniversario della guerra contro l’Afghanistan: è un momento importante per porci una serie di domande. In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo USA, appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di poco meno di 2.000 bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla “missione di pace”. Si parla di 40.000 morti afghani (militari e civili, e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo? La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi quasi 10 anni unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della “missione” rivela – oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo – un’unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione? L’elenco degli strumenti di morte utilizzati è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali” cioè 10.000 civili, innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta. Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste ‘missioni di morte’. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono oramai centinaia i soldati degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’Iraq e dall’Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare? Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte: si susseguono i suicidi dei veterani negli USA. Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico. Ancora troppo peso grava sulla coscienza dei cattolici italiani per avere esaltato, pregato e partecipato alla I guerra mondiale e tanto più ancora all’omicida guerra coloniale in Abissinia. ”Ci presentavano l’Impero come gloria della patria!- scriveva Don Milani nella celebre lettera ai giudici "L’obbedienza non è più una virtù". Avevo 13 anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo… E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri… vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma anche civico, di demistificare tutto?” Forse conoscere la storia dei tanti eccidi criminali compiuti dai militari, dagli industriali, dai servizi segreti nella nostra storia contemporanea aiuterà i giovani a formarsi una coscienza politica e un senso critico. Tanto da renderli immuni dalla propaganda che vuole soltanto carpire consenso e impegnarli in imprese di morte come la guerra in Afghanistan, nella quale facciamo parte di una coalizione che applica sistematicamente la tortura - come nel carcere di Bagram e nelle prigioni clandestine delle basi Nato - e le esecuzioni sommarie. Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’ Abruzzo terremotato)? E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour - costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno - come contribuirà a costruire la pace? E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010? Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande. Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi 10 anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra. Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza. Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001:” Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. E’ l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi. “
Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo Emerito di Caserta P. Alex Zanotelli; P. Domenico Guarino - Missionari Comboniani - Sanità, Napoli Suor Elisabetta Pompeo; Suor Daniela Serafin; Suor Anna Insonia - Missionarie Comboniane Torre Annunziata Suor Rita Giaretta; Suor Silvana Mutti; Suor Maria Coccia; Suor Lorenza Dal Santo - Comunità Rut- Suore Orsoline P.Mario Pistoleri; P.Pierangelo Marchi; Padre Giorgio Ghezzi - Sacramentini - Caserta P. Antonio Bonato - Missionari Comboniani - Castelvolturno (Caserta) Don Giorgio Pisano – Diocesano – Portici (Napoli)
Da ieri l'ospedale di Emergency a Lashkar-gah, nel sud dell'Afganistan, è in attesa di ricevere le vittime dei bombardamenti delle forze anglo-americane che da due giorni colpiscono il villaggio di Marjah, situato a circa 50 km a sud ovest dal capoluogo della provincia di Helmand. Al nostro staff è stato comunicato che decine di vittime civili in gravi condizioni non riescono ad essere trasferite agli ospedali a causa dei posti di blocco militari che impediscono anche il passaggio di vetture per il trasporto dei feriti. Ci risulta che, a questa mattina, già 6 di loro sono morti perché ne è stata impedita l'evacuazione Tra i pochi riusciti a raggiungere l'ospedale di Emergency anche un bambino di 7 anni colpito al petto da una pallottola e immediatamente operato. Emergency denuncia questi gravissimi crimini di guerra perpetrati dalle forze della coalizione internazionale guidate dagli Stati Uniti e chiede che venga aperto un corridoio umanitario per garantire una pronta assistenza ai feriti.
Due albicocche e la tragedia di una mattina che voleva essere di festa.
E' arrivato alle due del pomeriggio del 22 luglio su una macchina guidata dallo zio. Era adagiato sopra un materasso sottile, avvolto in un telo di plastica e stracci ricoperti di sangue che tamponavano le ferite. Quadratullah, 6 anni, viene trasferito su una barella dagli infermieri del Pronto Soccorso. Non parla e guarda tutte quelle persone che si stanno muovendo freneticamente attorno a lui con occhi spaventati, pieni di lacrime che non riescono a scendere. Rimuoviamo gli stracci dalle ferite. E' un'immagine devastante quella che ci si presenta: la gamba sinistra finisce sotto il ginocchio con due spuntoni d'osso che escono dalla carne viva, quella destra c'è ancora, lacerata dalle ferite. La mano sinistra è devastata, la destra è ferita; la schiena e la zona pelvica riportano ferite profonde da scheggia. Dovremmo essere abituati a queste scene, ma l'orrore non ammette assuefazione. Le condizioni di Quadratullah vengono stabilizzate e il bambino viene inviato subito in sala operatoria. Con lui è arrivato anche il padre, Ajimir Aziz, ferito ad un braccio. Quando gli chiediamo che cosa è successo, estrae dalla tasca due albicocche scoppiando a piangere. Questa mattina era andato insieme a Quadratullah a raccogliere le albicocche in un piccolo frutteto vicino alla loro casa, in un villaggio che dista un paio d'ore di macchina da Kabul. Quadratullah era contento perchè il padre gli stava dedicando la giornata: era il loro gioco, il loro momento per stare insieme. Poi il bambino ha visto delle albicocche mature a terra e si è allontanato per raccoglierle pensando di portarle alla madre e ai fratelli. Si è chinato a raccogliere i frutti, poi uno scoppio. E' stato un attimo, come sempre. Ajimir allunga le due albicocche verso di me che lo guardo interdetta. Gli infermieri mi dicono di prenderle, me le sta donando. Le prendo in mano, le guardo, le metto in tasca. Due albicocche e la vita a metà di quadratullah.
Marina Castellano
Da: Emergency n. 48 - Settembre 2008
Questi sono gli effetti collaterali delle nostre missioni di "pace"...
Quota 4.000 morti è arrivata pochi giorni dopo il quinto anniversario dell'inizio della guerra.
La gran parte delle vittime - 3.863 - è morta dopo il famoso annuncio del presidente Bush del maggio 2003: “Le operazioni di combattimento primarie sono terminate”.
Ma se i dati sui caduti Usa sono seguiti con attenzione dalla stampa, le cifre sui morti civili iracheni sono incertissime. Sicuramente sono almeno 100 mila, più di venti volte quelle dei soldati a stelle e strisce. Ma c'è anche chi parla di un milione.
Questo il rapporto “Carneficina e disperazione” pubblicato da Amnesty International sulla situazione irachena (di rainews24 su Agenzie del 20/03/2008).
"Cinque anni dopo l’intervento militare guidato dagli Usa che spodestò Saddam Hussein, l’Iraq rimane uno dei paesi più pericolosi al mondo dal punto di vista dei diritti umani.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani, gli attacchi e gli omicidi settari da parte dei gruppi armati, le torture e i maltrattamenti da parte delle forze governative e la continua detenzione di migliaia di persone sospette (molte delle quali da lungo tempo, senza accusa ne processo) da parte delle forze statunitensi e irachene hanno avuto un impatto devastante, costringendo oltre quattro milioni di iracheni a lasciare le proprie case. Oggi due iracheni su tre non hanno ancora accesso all’acqua potabile e almeno uno su tre (otto milioni di persone) sopravvive grazie agli aiuti d’emergenza.
“L’amministrazione di Saddam Hussein fu proverbiale per le violazioni dei diritti umani” – ha affermato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International – “ma la sua destituzione non ha portato alcun sollievo alla popolazione irachena”.
Migliaia di persone sono state uccise o gravemente ferite e comunità che in precedenza vivevano in uno stato di relativa quiete sono state trascinate in aperto conflitto La popolazione civile ha pagato il prezzo più alto. Per molte donne, che ora sono minacciate dai militanti religiosi, le condizioni sono peggiori rispetto ai tempi di Saddam Hussein.
Secondo il rapporto di Amnesty International, anche nella relativamente calma regione settentrionale curda, i passi avanti economici non sono stati accompagnati da un maggiore rispetto dei diritti umani.
“Continuano a giungere segnalazioni di arresti arbitrari, detenzioni e torture anche dalle province curde” – ha sottolineato Smart – “e il dissenso politico è scarsamente tollerato. Oppositori politici sono stati imprigionati senza processo mentre i cosiddetti delitti d’onore, in cui le donne sono assassinate dai propri familiari, restano un problema profondamente radicato che le autorità criticano ma non affrontano in maniera adeguata”. Nessuno e’ in grado di stabilire esattamente quante persone siano state uccise in Iraq a partire dall’invasione diretta dagli Usa del marzo 2003.
Secondo la ricerca più estesa, condotta congiuntamente dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal governo iracheno e pubblicata nel gennaio di quest’anno, dal marzo 2003 al giugno 2006 sono state uccise più di 150.000 persone.
Le Nazioni Unite hanno affermato che nel 2006, ultimo anno su cui sono disponibili dati, sono state uccise almeno 35.000 persone.
Il costante problema dell’insicurezza ha pregiudicato i tentativi di restaurare l’ordine, ma anche quando le autorità irachene sono state messe in grado di far rispettare i diritti umani, hanno ampiamente fallito. I processi sono regolarmente iniqui, con condanne emesse su prove estorte con la tortura. Centinaia di persone sono state condannate a morte".
Intanto Bush sostiene di aver vinto. Ci può spiegare che cosa?
Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa, tu devi realmente esistere, perché lui esista: chi era coperto di croste è coperto di piaghe, il bracciante diventa mendicante, il napoletano calabrese, il calabrese africano, l'analfabeta una bufala o un cane. Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.