venerdì 2 agosto 2019
Per non dimenticare
"Bologna è la città che sento più mia fra tutte quelle che ho vissuto.
Quando vedo San Luca da lontano mi sento improvvisamente a casa, come mi capita solo col faro che domina il golfo di Ancona.
Bologna mi ha regalato le cose che restano.
A Bologna sono passata davanti a quello squarcio quasi tutti i giorni della mia vita adulta e sempre mi sono sentita commossa e sempre ho voltato lo sguardo a porgere un omaggio.
Non esserci oggi lo sento come una colpa, ma credimi Bologna, io non dimentico.
2 agosto 1980, ore 10:25, strage fascista".
Oggi io ero là col pensiero e c'eri sicuramente anche tu...
domenica 11 settembre 2016
Il nostro 11 settembre
(11 settembre 2014)
sabato 25 aprile 2015
Ora e sempre RESISTENZA
giovedì 11 settembre 2014
11 settembre: W Cile!
Dai deserti del salnitro, dalle miniere sottomarine di carbone, dalle alture terribili dove sta il rame estratto con lavoro inumano dalle mani del mio popolo, sorse un movimento liberatore di grandiosa ampiezza.
Quel movimento portò alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende affinché realizzasse riforme e misure di giustizia non più rinviabili, affinché riscattasse le nostre ricchezze nazionali dalle grinfie straniere.
Dovunque è stato, nei paesi più lontani, i popoli hanno ammirato il presidente Allende e hanno elogiato lo straordinario pluralismo del nostro governo. Mai nella storia della sede delle Nazioni Unite a New York si è udita un’ovazione come quella tributata al presidente del Cile dai delegati di tutto il mondo.
Qui in Cile si stava costruendo, fra immense difficoltà, una società veramente giusta, elevata sulla base della nostra sovranità, del nostro orgoglio nazionale, dell’eroismo dei migliori abitanti del Cile.
Dal nostro lato, dal lato della rivoluzione cilena, stavano la costituzione e la legge, la democrazia e la speranza.
Dall’altro lato non mancava nulla. C’erano arlecchini e pulcinella, pagliacci a mucchi, terroristi con pistola e con catene, frati falsi e militari degradati. Gli uni e gli altri giravano nel carosello della disperazione. Andavano tenendosi per mano il fascista Jarpa e i suoi cugini di “Patria e Libertà”, disposti a rompere la testa e l’anima a quanto esiste, allo scopo di recuperare la grande azienda che per loro era il Cile. Insieme a loro per rendere più amena la farandola, danzava un grande banchiere e ballerino, un po’ macchiato di sangue; era il campio di rumba Gonzales Videla, che ballando la rumba consegnò tempo fa il suo partito ai nemici del popolo. Adesso era Frei che offriva il suo partito democristiano agli stessi nemici del popolo, e ballava alla musica che questi gli suonavano, e con lui ballava l’ex colonnello Viaux, delle cui malefatte fu complice.
Questi erano i principali artisti della commedia. Avevano preparato i viveri dell’accaparramento, i “miguelitos” (chiodi a quattro punte utilizzati nel corso della serrata dei trasportatori privati), le garrote e gli stessi proiettili che ieri ferirono a morte il nostro popolo a Iquique, a Ranquin, a Salvador, a Puerto Montt, a Josè Maria Caro, a Frutillar, a Puente Alto e in tanti altri posti.
Gli assassini di Hernan Mery ballavano con chi avrebbe dovuto difenderne la memoria. Ballavano con naturalezza, da bacchettoni. Si sentivano offesi se gli venivano rimproverati questi “piccoli particolari”.
Il Cile ha una lunga storia civile con poche rivoluzioni e molti governi stabili, conservatori e mediocri. Molti presidenti piccoli e solo due presidenti grandi: Balmaceda e Allende. E’ curioso che entrambi venissero dallo stesso ceto, dalla borghesia ricca, che qui si fa chiamare aristocrazia. Come uomini di principi, impegnati ad ingrandire un paese rimpicciolito dalla mediocre oligarchia, i due furono portati a morte allo stesso modo.
Balmaceda fu costretto al suicidio per essersi opposto alla svendita della ricchezza del salnitro alle compagnie straniere. Allende fu assassinato per aver nazionalizzato l’altra ricchezza del sottosuolo cileno, il rame. In entrambi i casi l’oligarchia cilena ha organizzato delle rivoluzioni sanguinose. In entrambi i casi i militari hanno svolto la funzione della muta dei cani.
Le compagnie inglesi nel caso di Balmaceda, quelle nordamericane nel caso di Allende, fomentarono e finanziarono questi movimenti militari. In entrambi i casi le case dei presidenti furono svaligiate per ordine dei nostri distinti “aristocratici”. I saloni di Balmaceda furono distrutti a colpi d’ascia. La casa di Allende, grazie al progresso del mondo, è stata bombardata dall’aria dai nostri eroici aviatori.
Eppure, questi due uomini sono stati molto diversi. Balmaceda fu un’oratore seducente. Aveva un aspetto imperioso che lo avvicinava sempre di più al comando unipersonale. Era sicuro dell’elevatezza dei suoi propositi. In ogni momento si vide circondato da nemici. La sua superiorità sull’ambiente in cui viveva era così grande, e così grande la sua solitudine, che finì per chiudersi in se stesso. Il popolo che doveva aiutarlo non esisteva come forza, vale a dire, non era organizzato. Quel presidente era condannato a comportarsi come un illuminato, come un sognatore: il suo sogno di grandezza rimase un sogno. Dopo il suo assassinio, i rapaci mercanti stranieri e i parlamentari creoli entrarono in possesso del salnitro: per gli stranieri la proprietà e le concessioni; per i creoli le percentuali. Avuti i tenta denari tutto tornò alla normalità. Il sangue di alcune migliaia di uomini del popolo si asciugò subito sui campi di battaglia. Gli operai più sfruttati del mondo, quelli delle regioni settentrionali del Cile, continuarono a produrre immense quantità di sterline per la City di Londra.
Allende non è mai stato un grande oratore. E come statista era un governante che chiedeva consiglio per tutte le misure che prendeva. Fu un antidittatore, il democratico per principio fin nei minimi particolari. Gli toccò un paese che non era più il popolo principiante di Balmaceda; trovò una classe operaia potente, che sapeva di cosa si trattava. Allende era un dirigente collettivo, un uomo che, senza provenire dalle classi popolari, era un prodotto della lotta di quelle classi contro la stagnazione e la corruzione dei loro sfruttatori. Per queste cause e ragioni, l’opera realizzata da Allende in così breve tempo è superiore a quella di Balmaceda; non solo, è la più importante nella storia del Cile. Solo la nazionalizzazione del rame è stata un’impresa titanica. E la distruzione dei monopoli, e la profonda riforma agraria, e molti altri obiettivi che vennero realizzati sotto il suo governo essenzialmente collettivo.
Le opere e i fatti di Allende, di incancellabile valore nazionale, resero furiosi i nemici della nostra liberazione. Il simbolismo tragico di questa crisi si rivela nel bombardamento del palazzo del governo, uno evoca la guerra lampo dell’aviazione nazista contro indifese città straniere, spagnole, inglesi, russe; adesso succedeva lo stesso crimine in Cile; piloti cileni attaccavano in picchiata il palazzo che per due secoli è stato il centro della vita civile del paese.
Scrivo queste rapide righe a soli tre giorni dai fatti inqualificabili che hanno portato alla morte il mio grande compagno, il presidente Allende. Sul suo assassinio si è voluto fare silenzio; è stato sepolto segretamente; soltanto alla sua vedova fu concesso di accompagnare quell’immortale cadavere. La versione degli aggressori è che trovarono il suo corpo inerte, con visibili segni di suicidio. La versione che è stata resa pubblica all’estero è diversa. Immediatamente dopo il bombardamento aereo entrarono in azione i carri armati, molti carri armati, a lottare intrepidamente contro un sol uomo: il presidente della repubblica del Cile, Salvator Allende, che li aspettava nel suo ufficio, senz’altra compagnie che il suo grande cuore, avvolto dal fumo e dalle fiamme. Dovevano approfittare di un’occasione così bella. Bisognava mitragliarlo perché non si sarebbe mai dimesso dalla sua carica. Quel corpo è stato sepolto segretamente in un posto qualsiasi. Quel cadavere che andò alla sepoltura accompagnato da una sola donna che portava in sé tutto il dolore del mondo, quella gloriosa figura morta era crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile, che ancora una volta avevano tradito il Cile.
giovedì 2 agosto 2012
sabato 7 luglio 2012
Son morti sui vent'anni...
I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.
I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti...
Per non dimenticare!
mercoledì 27 gennaio 2010
Ancora una volta per non dimenticare (nessuno)...
lunedì 20 luglio 2009
venerdì 12 dicembre 2008
La strage impunita
Un articolo del 2004 con ancora tutta la sua tragica attualità...
Arnoldi Giovanni
China Giulio
Corsini Eugenio
Dendena Pietro
Gaiani Carlo
Galatioto Calogero
Garavaglia Carlo
Gerli Paolo
Mocchi Vittorio
Meloni Luigi
Papetti Gerolamo
Pasi Mario
Perego Carlo
Sangalli Oreste
Scaglia Angelo
Silva Carlo
Vare Attilio
e Giuseppe Pinelli
Passiamo ai fatti: nel 1969 come nel 2004, il 12 dicembre, Milano è un gigantesco panettone scintillante e infiocchettato. Si respira aria di festa. Addobbi rosso e oro, vetrine tirate a lucido. Allora come oggi si sta attenti al portafogli ma un pacchetto sotto l’albero fa piacere a tutti. Nel 1969, il 12 dicembre cade di venerdì. Gli uffici chiudono un po’ prima, sabato non si lavora: quale migliore occasione per darsi allo shopping natalizio. Metà pomeriggio. Corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo e le vie adiacenti sono gremite di gente. Alla Statale c’è ancora lezione. Le banche sono già chiuse. In Piazza Fontana, la Banca Nazionale dell’agricoltura è ancora aperta. E’ la banca degli agricoltori e il venerdì c’è il mercato provinciale. Quasi tutti arrivano da fuori Milano. Sono tanti. Qualcuno si è portato il figlio, qualcun altro il nipotino. Più o meno a quell’ora il ferroviere Giuseppe Pinelli, di fede anarchica, ha finito il turno e si reca in un bar sui navigli dov’è di casa.
Sono le 16.25. Nel cuore sereno e spensierato di Milano si apre un buco nero che non si richiuderà mai più. Qualcuno ha "dimenticato" due valigette di pelle sotto il tavolo centrale della Banca Nazionale dell’agricoltura. Cinque minuti prima della chiusura, prevista per le 16.30, esplodono: 15 morti, 90 feriti di cui 3 gravissimi. Due moriranno dopo pochi giorni e un ragazzino perderà le gambe. In mezzo alle luci e ai colori del Natale, si consuma una scena raccapricciante: gli occhi sbarrati per la paura e l’orrore di chi si è salvato, i corpi straziati e il sangue di chi non ce l’ha fatta, macerie e cristalli in frantumi tutt’intorno. E un intenso odore di mandorle amare. Increduli si affacciano alcuni passanti. Chi era da quelle parti, chi ha visto la banca tremare, chi ha sentito un boato assordante. Un dipendente dell’Ente Nazionale Risi, che all’epoca aveva gli uffici in quel palazzo, apre la finestra che dà sulla cupola della banca per vedere cos’è tutto quel fracasso. Rimarrà sotto shock per un mese. Gli studenti della Statale si precipitano sul posto, vogliono sapere, vogliono capire. I primi soccorritori non hanno parole per descrivere quello che vedono. Anche le forze dell’ordine ammutoliscono. Le ambulanze arrivano all’ospedale Fatebenefratelli con le ruote sporche di sangue. Cos’è successo? Perché?
In quei momenti tanto drammatici quanto concitati, il ferroviere Giuseppe Pinelli, di fede anarchica, se ne sta tranquillo a giocare a carte al bar sui navigli dov’è di casa, ignaro di tutto.
Le prime indiscrezioni danno la colpa a una caldaia difettosa. Prima di sera si conosce già la verità: hanno messo una bomba.
Si susseguono giorni bui. Famiglie costrette al dolore e alla disperazione. La mattina dei funerali anche il cielo è scuro scuro. Milano piange i suoi morti. E saranno ancora tante le lacrime che dovrà versare e molti i cadaveri da seppellire. La scia di sangue, appena accennata, è ancora lunga da percorrere. Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi. Una strage annunciata dalle bombe sui treni e alla fiera di Milano nell’aprile dello stesso anno. Più avanti nel tempo, in piazza, uno slogan la definirà una strage di Stato.
Cosa è successo? Chi è stato? Perché? Nessuno sa darsi una risposta, così, su due piedi. Ma qualcuno sa, è ovvio. In serata, in questura, hanno già una pista certa: sono stati gli anarchici. E si lavora per fabbricare il mostro da dare in pasto alla stampa e all’indignazione popolare: il ballerino Pietro Valpreda, naturalmente di fede anarchica. Al momento dell’attentato era a casa della nonna, a letto con l’influenza. Un testimone, Rolandi, che poco tempo dopo morirà in circostanze misteriose, giura di averlo accompagnato sul luogo del massacro, col suo taxi. Resterà in carcere fino al 1972. Sarà varata persino una legge che porta il suo nome. Assolto. L’unico che si è meritato tale verdetto perché realmente estraneo ai fatti.
Se passare degli anni in carcere sapendo di essere innocenti è un destino infame, per il ferroviere Giuseppe Pinelli è in agguato una tragedia ancora peggiore. Invitato dall’allora commissario della sezione politica Calabresi a seguirlo in Questura a bordo della propria bicicletta per una chiacchierata informale, non farà più ritorno a casa. Trattenuto per più di 24 ore senza notifica di un qualsiasi stato di fermo, senza nessun contatto con la famiglia tranne una breve telefonata alla moglie, accusato e minacciato più volte dalle forze dell’ordine di essere parte attiva nell’orrenda strage, cade "accidentalmente" dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano, precipitando nel cortile sottostante. E’ la notte tra il 15 e il 16 dicembre. E’ scoccata da poco la mezzanotte. In fin di vita viene trasportato all’ospedale Fatebenefratelli. La moglie Licia viene a sapere dell’ "incidente" occorso al marito, per caso, da un giornalista che bussa alla sua porta. E’ l’una di notte. Si mette in contatto con il commissario Calabresi. Perché non è stata avvisata. Le viene risposto che in quegli uffici sono molto impegnati. Licia si precipita in ospedale con la suocera. Il marito, forse, respira ancora ma non le è concesso di vederlo. Spirerà nella notte.
Omicidio? Suicidio? Le ipotesi e le testimonianze sono confuse. Si è suicidato per il rimorso. Si sentiva soffocare, si è avvicinato alla finestra per respirare un po’ d’aria, si è sentito male ed è caduto di sotto. Gli agenti presenti (chi dice 4, pare fossero 5, Calabresi era in un’altra stanza) si sono prodigati per trattenerlo. Lo sforzo è stato tale che a uno gli è rimasta in mano una scarpa. Come mai, quando l’hanno raccolto dal selciato, le aveva entrambe ai piedi? Come mai, a Milano, in pieno inverno, di sera tardi, la finestra era aperta? Si apre un’inchiesta, si celebra un processo, da Milano a Catanzaro. Verdetto: morte accidentale per malore attivo. Nessun colpevole. In molti credono all’omicidio. Mi domando: se avesse visto qualcosa che non doveva vedere? Se avesse sentito qualcosa che non doveva sentire? Se avesse visto qualcuno che non doveva essere lì? Sarebbe stato un testimone troppo scomodo. Un testimone da eliminare. Anche il ferroviere Giuseppe Pinelli, di fede anarchica, ha una lapide commemorativa, in un’aiuola in Piazza Fontana, accanto a quella che riporta i nomi delle 17 vittime della strage alla Banca Nazionale dell’agricoltura.
12 dicembre 2004. Domenica. Milano è più luminosa che mai. Vestita a festa: l’altissimo albero di Natale in Piazza Duomo, le bancarelle con i dolci in Piazza Mercanti, lo stand con il presepe in Corso Vittorio Emanuele. Zampognari e Babbo Natale. Oggi come allora gli addobbi sono rossi e oro ma molti, molti di più anche se, oggi come allora, si sta attenti al portafogli. I negozi sono aperti. Le vetrine incantano: una più fastosa dell’altra. C’è gente dappertutto. Un gran vociare. I bambini con lo zucchero filato.
In Piazza Fontana si raduna una piccola folla commossa. Il silenzio è forte, compatto ma l’eco dell’orrore che quel giorno invase la città pesa sulla piazza, lo si respira distintamente. Negli stessi locali in cui avvenne l’esplosione, ora, ha sede la Banca Antonveneta ma l’insegna BANCA NAZIONALE DELL’AGRICOLTURA è ancora lì, a lettere cubitali, illuminate al neon, come una macabra decorazione natalizia, un monito, forse, per chi passa distratto da quelle parti. H.16.25. Un nugolo di persone, le autorità e alcuni parenti delle vittime, si raccolgono davanti alla lapide commemorativa. Le forze dell’ordine depongono corone di fiori alle pareti dell’edificio. La tromba della banda cittadina intona il Silenzio. I gonfaloni dei comuni intervenuti si alzano, insieme agli striscioni. Un minuto di puro semplice intenso silenzio mentre, tutt’intorno, Milano si muove convulsa ma sembra così lontana. L’emozione si scioglie in un applauso. L’attenzione si sposta verso il piccolo palco allestito per l’immancabile intervento delle autorità. A rompere il ghiaccio è il presidente dell’Associazione parenti delle vittime: con un filo di voce ripercorre i fatti, soffermandosi sull’incredibile iter giudiziario che ha portato a celebrare diversi processi in giro per l’Italia. Sconcertato e indignato ribadisce che dopo 35 anni nessuno ha ancora pagato e forse nessuno pagherà mai. Segue Aniasi, all’epoca sindaco di Milano. Il ricordo di quella visione agghiacciante, giunto sul posto poco dopo l’attentato, lo perseguita ancora oggi. Ancora la solita domanda: chi è il colpevole? Ancora la solita risposta: nessuno. Si susseguono altre autorità. Con retorica si parla di verità storica, di memoria, di mancanza di giustizia. Io lo definirei fallimento… Il presidente della provincia Penati si congratula per la presenza numerosa, soprattutto di facce giovani… Veramente siamo in pochi, i giovani, poi, si contano a fatica, forse perché è domenica, forse perché c’è il ponte di S.Ambrogio, forse perché ogni anno siamo sempre meno. Un papà, accanto a me, tiene in braccio un bimbo che non avrà più di tre anni. Gli racconta cosa è successo, come fosse una favola nera: lì dentro, indicando le vetrine della Banca Antonveneta, tanti anni fa c’erano tante persone che si sono fatte tanto male. Il bimbo, curioso, fa domande, vuole sapere... L’ultima voce è quella della figlia di una delle vittime. Anche lei sottolinea i 35 lunghi anni trascorsi senza risposte, gli estenuanti processi di cui non ha perso una seduta, inseguendoli per tutta Italia. Ha una parola per i morti, per i feriti e per coloro che non si sono risparmiati nel cercare il senso di quella carneficina, di cercare la verità. Conclude, arrabbiata, ricordando che molti orfani come lei si sono dovuti reinventare una vita consapevoli che il loro dolore non poteva restare privato.
Mi rimbombano in testa le parole di Aniasi: il ricordo che lo perseguita. Penso che la strage di Piazza Fontana e la morte di Pinelli debbano perseguitare tutti noi, dandoci la possibilità di fermarci a riflettere per riappropriarci di una memoria già nostra e troppo spesso assopita, per darle spessore in una città che per antonomasia va di fretta, accelerando sempre di più verso un futuro che tocca di striscio il presente e non ha tempo di pensare al passato. Piazza Fontana e la morte di Pinelli sono due ferite profonde che dobbiamo continuare a tenere aperte perché, per quanto mi riguarda, è lì che bisogna scavare per capire che senso ha una verità storica che dopo 35 anni fa nomi e cognomi ma se ci si domanda, chi sono i colpevoli?, non si può far altro che rispondere: nessuno.
giovedì 11 settembre 2008
Oggi è l' 11 settembre
Chi vuole può andare al mio post dello scorso anno
sabato 2 agosto 2008
venerdì 27 giugno 2008
Per non dimenticare
Sono le 21,00 circa del 27 giugno 1980 quando un DC9 della società Itavia, decollato da Bologna in direzione Palermo, scompare dalle rilevazioni radar, inabissandosi fra le isole di Ponza e Ustica.
Un aereo civile è stato abbattuto, 81 cittadini innocenti fra passeggeri ed equipaggio hanno perso la vita, la nostra sovranità è stata sfregiata e nessuno ci ha dato spiegazioni.
Sono passati 28 anni di costellati di depistagli, menzogne, omissioni.
Ma noi siamo ancora qui per ricordare.
Non dobbiamo smettere di pretendere la verità.
mercoledì 28 maggio 2008
Era il tempo delle stragi
La mattina del 28 maggio 1974 una bomba esplode sotto i portici di Piazza della Loggia a Brescia mentre è in corso una manifestazione antifascista indetta dai Sindacati e dal Comitato antifascista.L’attentato, che viene rivendicato da Ordine Nero, provoca otto morti e più di novanta feriti.
L'ordigno era stato posto in un cestino portarifiuti e fatto esplodere con un congegno elettronico a distanza.
Due istruttorie si susseguono negli anni: la prima porta a processo, nel 1979, diversi esponenti della destra radicale bresciana. In secondo grado, nel 1982, la sentenza di condanna viene annullata. L’assoluzione definitiva per tutti gli imputati arriva con la Cassazione nel 1985.
La seconda istruttoria indica come imputati altri esponenti dell’estrema destra fra cui Mario Tuti. Anch’essi saranno prosciolti per insufficienza di prove (1989).
Il fascicolo di una terza istruttoria è tuttora pendente presso la Procura di Brescia dove il Gup, Lorenzo Benini, ha disposto il rinvio a giudizio per concorso in strage per Delfo Zorzi,
Che sia la volta buona che in Italia si faccia finalmente luce su una delle tante stragi rimaste senza colpevoli?
Qui trovate un testo elaborato dall' ITIS Belluzzi di Bologna
domenica 27 gennaio 2008
E Dio dov'era?
Molti soldati, che pure erano passati attraverso prove terribili, non ressero a quella vista e svennero, mentre loro commilitoni s’incaricavano di seppellire una montagna di cadaveri.
Innumerevoli altri innocenti vennero uccisi nelle settimane seguenti, prima che in tutta Europa, nelle città e nei paesi ormai in festa, si potesse sentire il suono delle campane che annunciavano la fine della guerra.
Proprio per fare in modo che quella pagina terrificante e vergognosa dell’umanità, non venga mai dimenticata, il 27 gennaio è diventato
Ricordarsi di quelle vittime serve infatti a mantenere la memoria delle loro esistenze e del perché esse vennero stroncate.
Tra coloro che riuscirono a sopravvivere al delirio nazista ci fu Primo Levi che dopo un lungo travaglio ha deciso di non arrendersi alla tentazione di chiudere gli occhi, di non rivedere, non risentire ciò che era stato e che non avrebbe dovuto essere.
Alcuni fra noi erano partigiani e combattenti politici: sono stati catturati e deportati negli ultimi mesi di guerra, e sono morti qui, mentre il Terzo Reich vacillava, straziati dal pensiero della liberazione così vicina.
La maggior parte fra noi erano ebrei: ebrei provenienti da tutte le città italiane, ed anche ebrei stranieri, polacchi, ungheresi, jugoslavi, cechi, tedeschi, che nell'Italia fascista, costretta all'antisemitismo dalle leggi razziali di Mussolini, avevano incontrato la benevolenza e la civile ospitalità del popolo italiano.
Erano ricchi e poveri, uomini e donne, sani e malati.
C'erano bambini fra noi, molti, e c'erano vecchi alle soglie della morte, ma tutti siamo stati caricati come merce sui vagoni, e la nostra sorte, la sorte di chi varcava i cancelli di Auschwitz, è stata la stessa per tutti.
Non era mai successo, neppure nei secoli più oscuri, che si sterminassero esseri umani a milioni, come insetti dannosi: che si mandassero a morte i bambini e i moribondi.
Noi, figli di cristiani ed ebrei (ma non amiamo queste distinzioni) di un paese che è stato civile, e che civile è ritornato dopo la notte del fascismo, qui lo testimoniamo.
In questo luogo, dove noi innocenti siamo stati uccisi, si è toccato il fondo della barbarie. Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo.
Fa' che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte.
Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento: fà che il frutto orrendo dell'odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, né domani né mai”
martedì 9 ottobre 2007
Hasta siempre comandante!
“Uccidendolo, voi lo avete reso immortale” disse ai militari boliviani un fotografo dilettante di la Higuera che fissò in uno scatto il cadavere di Ernesto Rafael Guevara De la Serna detto “El Che”.Aveva ragione: a 40 anni di distanza dall'esecuzione ”El Che” è ancora il simbolo universale di lotta all'ingiustizia.
Poi, con un proiettile dietro l'altro, gli provocarono una morte lenta e dolorosa; in seguito esposero, come un trofeo, la salma tenuta con gli occhi aperti in una lavanderia per dimostrarne in questo modo l'identità e la sconfitta.
Gli furono tagliate le mani e vennero conservate in formalina, mentre il corpo, insieme ai cadaveri dei suoi compagni, fu fatto sparire addirittura prima dell'arrivo sul luogo dell'allora presidente Barrientos.
Oggi a Cuba la commemorazione principale si svolgerà a Santa Clara e vi dovrebbero partecipare Raúl Castro e Aleida March, la vedova del Che.
"Faccio una pausa nella mia lotta quotidiana, per chinare la fronte, con rispetto e gratitudine, di fronte il combattente eccezionale che è caduto 40 anni fa" ha scritto il “Lider maximo”.
martedì 11 settembre 2007
Un altro 11 settembre
"Sono pronto a resistere con ogni mezzo, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione."(Salvator Allende Gossens)
Durante
Nel settembre del 1970, in Cile viene democraticamente eletto Presidente Salvator Allende Gossens.
Pochi giorni dopo, il Segretario di Stato Kissinger e il Presidente Nixon cospirarono nella Stanza Ovale per "correggere il destino dei cileni che avevano scioccamente eletto l'uomo sbagliato come Presidente”.
Nei tre anni successivi, la CIA complottò violenze, sabotaggio economico e guerra psicologica contro il governo di Allende perchè non si metteva in riga con i voleri di Washington: non permettere ai comunisti di entrare nel governo, non espropriare le proprietà degli Stati Uniti, neanche con indennizzazioni, seguire l'economia del libero mercato, evitare ogni relazione con la Cuba di Castro e mai votare contro gli Stati Uniti in nessun consesso internazionale.
L’11 settembre 1973 le forze armate cilene, con l'incoraggiamento e l'aiuto degli Stati Uniti, lanciarono attacchi di terra e di aria contro il palazzo presidenziale di Salvador Allende, che morì quella mattina.
Dopo il golpe si instaurò un regno del terrore in cui 10.000 cileni subirono la tortura, centinaia di migliaia furono costretti all'esilio o fuggirono e le istituzioni democratiche del paese furono sistematicamente distrutte. Il leader del golpe, il generale Augusto Pinochet, rimase dittatore del Cile per diciassette anni.
sabato 8 settembre 2007
8 settembre 1943
«Ogni ordigno, ogni nave da guerra, ogni missile lanciato significa, alla fine del giorno, un furto ai danni di coloro che sono affamati e non hanno cibo, di coloro che sono nudi ed hanno freddo. Quando vi parleranno di guerra preventiva, dite loro di andare a combatterla da soli. In seguito alla mia esperienza, sono giunto a odiare
Dwight David Eisenhower
Parole di grande attualità.
domenica 12 agosto 2007
L'eccidio di S. Anna di Stazzema
CAMERATA KESSELRING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRÀ
A DECIDERLO TOCCA A NOI
NON COI SASSI AFFUMICATI
DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON COLLA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITÀ
NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE
MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI
PIÚ DURO D'OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON
GIURATO FRA UOMINI LIBERI
CHE VOLONTARI S'ADUNARONO
PER DIGNITÀ NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI TROVERAI
MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA
ORA E SEMPRE
RESISTENZA
(Piero Calamandrei)

Alla fine le vittime di questa strage furono 560. I tedeschi buttarono le bombe e poi diedero fuoco alle case. Tra i massacratori c'erano anche degli italiani.
Per saperne di più...
lunedì 6 agosto 2007
Quando sulla terra scese l'inferno
"Dio cosa abbiamo fatto!”L'esplosione si verificò a circa
La bomba esplose a
sabato 4 agosto 2007
Italicus 4 agosto 1974
Ancora una volta mi trovo a scrive alcune righe per tramandare la memoria di un passato che non deve essere dimenticato.Ancora una volta mi trovo a ricordare vittime innocenti fatte a pezzi dalla follia dell’uomo contro l’uomo e ancora una volta le parole faticano ad uscire.












