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martedì 29 marzo 2011

Con Cuba: con il cuore e con la ragione

di Simone Oggionni

La politica estera, si sa, è materia importante e delicata. È spesso lo specchio della cultura politica e della identità di chi la attua o la propugna ed è rilevatrice, più in generale, della propria visione del mondo.

Basti pensare alla discussione di questi giorni sulla Libia. Una discussione certamente complessa e rispetto alla quale vanno evitati gli slogan e le posizioni semplicistiche. Il recente ordine del giorno approvato dalla Direzione nazionale del Prc è positivo ed equilibrato, al pari della nota firmata dalla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (tradotta su questo blog), nella quale si riconosce l’esistenza all’interno della Libia di un conflitto non omogeneo (e non paragonabile per questo alle rivolte di Egitto e Tunisia), si condannano la repressione e le violenze inaccettabili delle forze governative e ci si schiera nettamente contro qualsiasi ingerenza esterna e contro qualsiasi ipotesi di intervento militare, fosse esso promosso dalla Nato, dagli Stati Uniti d’America, dall’Unione Europea o da qualunque Stato ex colonialista.

Ma c’è stato un altro Paese che negli ultimi giorni ha, almeno a sinistra, attirato l’attenzione e suscitato un dibattito. Ci riferiamo a Cuba, oggetto di un passaggio dell’intervento che Nichi Vendola ha pronunciato lunedì a Roma nel corso dell’assemblea nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà. Vendola ha affermato che libertà e democrazia a Cuba non ci sono e ha indirizzato retoricamente a Cuba la domanda tanto cara ai movimenti («se non ora quando?»).

Nulla di nuovo, conoscendo non da oggi le posizioni di Nichi Vendola, simili a quelle espresse nel corso degli ultimi anni da Fausto Bertinotti e rispetto alle quali occorre ricordare – in spirito di onestà – che non vi fu in Rifondazione comunista negli anni passati la stessa reazione che oggi si è giustamente sollevata contro le parole di Vendola.

Ma torniamo al punto e al merito, perché la querelle che si è aperta ci consente più che di polemizzare, di parlare della realtà di Cuba.

Sin dal 1° gennaio 1959, quando il popolo cubano mise fine alla pagina tragica del colonialismo e delle dittature, Cuba combatte una vera e propria guerra contro l’imperialismo statunitense, che nel corso di tutti questi anni e indistintamente rispetto al colore politico della sue amministrazioni ha tentato di riprendere il controllo dell’isola sia con interventi economici di embargo (condannati ripetutamente ma senza esito dalle Nazioni Unite) sia con interventi diretti e indiretti di sabotaggio e di terrorismo che sono costati a Cuba più di 5000 vittime tra uccisi e feriti.

E pur tuttavia, in un contesto così drammatico e che avrebbe schiantato in pochi mesi qualsiasi altra esperienza di governo, Cuba resiste e resiste garantendo livelli di libertà, benessere e democrazia difficilmente eguagliabili nel contesto dell’America Latina.

Prendiamo il tema della libertà da due versanti solitamente utilizzati per screditare Cuba: la libertà della comunicazione e i diritti civili. Si deve sapere, allora, che il governo cubano ha recentemente varato, di concerto con il Venezuela di Chavez, un piano di sviluppo tecnologico che consentirà a tutti i cittadini cubani di essere raggiunti nei prossimi mesi dalla fibra ottica e cioè di entrare in comunicazione con il mondo attraverso Internet con una velocità di connessione 3000 volte superiore a quella attuale. Quanto ai diritti individuali, pochi anni fa è stata varata una legge che consente a chi abbia iniziato un percorso di cambiamento del proprio sesso di ottenere il nuovo documento d’identità ancora prima di effettuare l’operazione (al contrario di quel che avviene, come è noto, in Italia). E ciò, possiamo dirlo, se non è il simbolo di una grandissima attenzione ai diritti individuali, è certo un segnale molto incoraggiante.

Per non parlare della libertà dal bisogno, dalla miseria e dalla povertà a cui non solo i cittadini cubani erano condannati prima della Rivoluzione ma a cui sarebbero ancora condannati qualora lo Stato cubano avesse un governo simile a quelli che gli Stati Uniti d’America hanno imposto in questi decenni nel proprio «cortile di casa». Lo dimostrano i dati relativi alla mortalità infantile, alle aspettative di vita, alla disoccupazione, i tassi di povertà, di alfabetizzazione, il rapporto tra popolazione e medici, gli indici di sostenibilità ambientale. In breve, tutti quei dati statistici che registrano il grado di civiltà e di giustizia di un sistema sociale.

La democrazia, infine. Questo è il terreno più scivoloso, e su cui tante volte infatti siamo scivolati. Non è possibile contrapporre banalmente la democrazia borghese alla democrazia socialista. Questo perché i modelli più avanzati di «potere del popolo» (la democrazia consiliare, la democrazia progressiva) non hanno mai avuto applicazione integrale, come del resto l’idealtipo della democrazia liberale. Inoltre, il punto più alto di riflessione intorno alla democrazia nel nostro Paese ha coinciso con l’idea di coinvolgere le masse popolari in un processo di estensione delle garanzie democratiche, delle tutele e del pluralismo e non nella loro rozza rimozione. Tuttavia, analizzando non i modelli astratti ma i risultati concreti, possiamo dire che, al contrario di ciò che avviene nelle moderne democrazie liberali, a Cuba ogni cittadino ha il diritto di partecipare direttamente alla scelta (composizione delle liste) e al controllo dell’operato dei propri rappresentanti istituzionali. Non una delega passiva ai partiti (neppure al partito comunista cubano, che in quanto tale non partecipa alle elezioni) ma una forma di democrazia partecipata che coinvolge la società cubana sin nel più piccolo quartiere.

E ciò avviene senza che la politica possa essere né fonte di arricchimento economico (tutti gli eletti continuano a percepire lo stesso stipendio) né fonte di scalata sociale né forma di ulteriore dominio maschile sulla società né strumento di passivizzazione dell’elettorato. Al contrario di ciò che avviene in Italia, con stipendi elevatissimi, soprattutto per gli incarichi pubblici, una percentuale di partecipazione al voto sempre più bassa e una partecipazione delle donne alla politica semplicemente indecente.

Ci sono dei limiti a Cuba, delle contraddizioni? Ce ne sono, per esempio, sul terreno del funzionamento concreto della macchina democratica? Certo, come in tutte le esperienze politiche, come in tutte le cose umane.

Ma nessuno ci può impedire di guardare a Cuba con rispetto profondo e solidarietà.

Anche perché noi, donne e uomini di quest’Europa malata proprio di democrazia, di libertà e di benessere, faremmo davvero fatica a salire in cattedra, con il peso di una storia secolare di colonialismo, guerre e profondissime diseguaglianze sociali. Che, non a caso, vorrebbe rimanere coerente con se stessa anche nei confronti della Libia, aggredendo la sua sovranità e rapinando le sue risorse.

E allora, forse, dovremmo andare più a fondo e chiederci cos’è oggi la libertà e cos’è oggi la democrazia. E interrogarci su quale sia la libertà e la democrazia alle quali aspiriamo. Nella nostra parte del mondo, sicuramente una libertà e una democrazia diverse da quelle cubane. Ma senza dubbio distanti anni luce da questo sistema ingiusto e cattivo con i più deboli e servo e docile con i potenti. Forse è proprio questa la sfida: ricostruire, a partire dalle parole e dal loro significato, un nuovo orizzonte di senso, un nuovo immaginario, una prospettiva e una speranza.

giovedì 8 aprile 2010

Cuba, que linda es Cuba

Dal blog di Claudio Grassi

Ogni occasione è buona, evidentemente, per gettare discredito su Cuba e sul suo processo rivoluzionario da parte dei soliti noti: Stati Uniti, Unione Europea, grandi circuiti della stampa internazionale, di destra come “progressista”.
Non è la prima volta, ovviamente, che ci troviamo in questa situazione, ma in questo caso il pretesto utilizzato smaschera apertamente il cinismo e l’ipocrisia dei diversi protagonisti di questa campagna tanto arrogante quanto inconsistente. Con il solito, anche in questo caso non nuovo, obiettivo: interrompere il processo di transizione al socialismo e ripristinare una transizione al capitalismo di stampo neocoloniale a Cuba, colpendo al cuore il nuovo corso progressista in America Latina e le prospettive in costruzione del socialismo nel XXI secolo.
Sostengono la campagna contro Cuba gli stessi protagonisti che hanno di fatto legittimato il golpe in Honduras o che hanno esteso la propria presenza militare nella Colombia fascista di Uribe per minacciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e lo stesso Brasile di Lula. Gli stessi che hanno tentato di colonizzare Haiti con il pretesto del terremoto o che continuano a decimare la popolazione civile in Afghanistan.

L’occasione, questa volta, è stata la morte di un detenuto in carcere per reati comuni trasformato in dissidente politico grazie ad una campagna mediatica internazionale.
La morte di una persona, a maggior ragione se si trova in condizione di detenzione, è un fatto che ci addolora ed è il sentimento che proviamo anche in questo caso. Quello che non si può fare è piegare tutta la vicenda per biechi interessi politici come invece, purtroppo, sta avvenendo.
Orlando Zapata Tamayo si trovava in carcere per reati comuni, in sciopero della fame dal 18 dicembre 2009, curato dai medici cubani prima nelle strutture sanitarie del luogo di detenzione e, successivamente, a Camaguey e l’Avana, deceduto in seguito a sopraggiunta polmonite. Diagnosticata e curata, anche se purtroppo invano.
Non è morto massacrato di botte come Cucchi o Aldrovandi; non è stato legato e seviziato come ad Abu Ghraib; non è stato incappucciato, drogato e torturato come a Guantanamo o Bagram, inferni che hanno a che fare non con Cuba ma con la nuova democrazia USA post 11 settembre 2001; non è scomparso su uno dei voli segreti della CIA o ucciso in un qualche Paese del mondo da agenti dei servizi segreti cubani con documenti o passaporti rubati e falsificati.
Molti, in questi giorni difficili, hanno richiamato tutto questo, com’è giusto che sia: alla strumentalità occorre rispondere con argomenti e fatti, nonostante la disparità dei mezzi in campo.
Raul Castro, Presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri a L’Avana, ha ricordato nella sua dichiarazione del 24 febbraio che la politica terroristica degli Stati Uniti dalla vittoria della Rivoluzione è costata a Cuba oltre 5.000 tra morti e feriti. Per poi aggiungere: “Qui, in mezzo secolo, non abbiamo ucciso nessuno; qui non è stato torturato nessuno; qui non si è avuta alcuna esecuzione extragiudiziale. Beh, qui a Cuba sì, è stata praticata la tortura, ma nella Base Navale di Guantanamo, non nel territorio governato dalla Rivoluzione”. Come è bene non dimenticare i 5 patrioti cubani illegalmente detenuti negli USA, in condizioni nella migliore delle ipotesi molto discutibili. Quasi certamente peggiori di quanto non fosse stato il caso di Zapata Tamayo.
Questo non significa, in sede di bilancio storico come nell’elaborazione e nella ricerca di una prospettiva futura, che non esista un nodo da sciogliere, un nodo che attiene alle relazioni tra democrazia e socialismo. Oltre a prendere le distanze dal punto di vista storico rispetto alle forme autoritarie di socialismo, con le quali Cuba – per correttezza di analisi – ha sempre avuto poco a che vedere, la prospettiva della trasformazione rivoluzionaria della società può tornare ad avere una sua attrattività solamente se essa coniuga l’estensione dei diritti sociali con l’estensione delle libertà politiche e dei diritti civili. Anche su questo terreno, e non solamente sullo sviluppo economico, il socialismo per affermarsi dovrà dimostrare la propria superiorità per evitare di ripetere gli errori del passato.

mercoledì 3 marzo 2010

Aiutiamo i bambini cubani ammalati di cancro

Questi sono bambini cubani sorridenti e sani.
Il Sistema della Salute di Cuba li tutela in maniera eccellente. Tuttavia, ogni anno a Cuba circa 80 bambini si ammalano di un cancro renale o di un sarcoma.
Per trattare questi tumori, è necessaria una chemioterapia combinata di diversi medicinali, tutti prodotti a Cuba a eccezione dell’Actinomicina-D.
L’Actinomicina-D veniva importata dal Messico fino a quando la fabbrica, la sola a produrre questo farmaco, è stata acquistata da un’azienda nord-americana la quale, a causa del blocco USA, ha il divieto di venderla a Cuba.
Le conseguenze? Senza Actinomicina-D il trattamento medico è meno efficace e il successo di guarigione, che di solito è del 70-80%, crolla drasticamente.

www.italia-cuba.it - amicuba@tiscali.it - tel. 02-680862

Come oncologo non posso accettarlo.
So cosa significa non poter trattare per tempo un bambino a causa di un medicinale che non si trova.
È per questi motivi che mediCuba-Europa e l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba vogliono sostenere il progetto per l’invio di Actinomicina-D a Cuba.
Il trattamento per ogni bambino dura da 1 a 3 mesi, per 3 dosi mensili. Con 1000 dosi di Actinomicina-D potremo coprire il fabbisogno annuale!
Con 70 Euro garantirete il trattamento di un bambino per un mese.
Il vostro sostegno è importantissimo e ogni donazione è indispensabile.

Prof. Dr. Franco Cavalli - oncologo
Presidente dell’Unione Internazionale contro il Cancro (IUCC)


Ancora una volta constatiamo che la violenza ipocritamente non dichiarata del bloqueo ha come effetto stragi silenziose.
Impedire l’acquisto di un farmaco che può salvare ogni anno la vita di ottanta bambini, significa condannarli a morte.
Non c’è bisogno di sganciargli addosso bombe per essere assassini di innocenti.
Almeno questa volta basta un nostro gesto, un piccolo sforzo, per ridare ai piccoli ammalati cubani ciò a cui hanno dritto: la speranza nella guarigione e nella vita.
La cifra da raccogliere non è enorme. Enorme è il valore del gesto, enorme il valore della vita dei nostri piccoli amici cubani. Sosteniamo la campagna “Antitumorale per bambini cubani”!

Bianca Pitzorno - scrittrice

I contributi destinati a questa campagna possono essere versati:

- su c/c postale n. 37185592 intestato a Ass. Naz. Amicizia Italia-Cuba
IBAN IT59 R076 0101 6000 0003 7185 592
indicando nella causale “Erogazione liberale per campagna antitumorale per bambini cubani”

- su c/c bancario n. 109613 – Banca Etica, Milano - intestato a Ass. Naz. Amicizia Italia-Cuba
IBAN IT59 P050 1801 6000 0000 0109 613
indicando nella causale “Erogazione liberale per campagna antitumorale per bambini cubani”

martedì 4 novembre 2008

Per la diciasettesima volta...

Il 29 ottobre 2007, per la diciassettesima volta consecutiva, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una mozione presentata da Cuba contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro il popolo cubano da quasi cinquant’anni.
La votazione ha avuto il seguente risultato:
185 voti a favore della mozione cubana, 2 astenuti, 3 voti contrari, 2 paesi assenti alla votazione.

I voti contrari sono stati espressi da Stati Uniti, Israele, Palau. Gli astenuti sono stati le Isole Marshall e la Micronesia. Cuba ha ottenuto un voto in più rispetto all’anno scorso.
Vi invitiamo a leggere questo articolo sul blocco che colpisce Cuba.
A fine agosto l’isola è stata colpita da due violentissimi uragani, che hanno causato danni per milioni di dollari. Solo l’intervento del governo e della protezione civile cubana hanno permesso l’incolumità fisica della popolazione civile, con un piano di evacuazione che ha coinvolto un quarto della popolazione.
A tutto questo si aggiungono i danni causati in tutti questi decenni dal Blocco economico Usa che, oltre a colpire Cuba, impone pesantissime restrizioni a tutti i Paesi che con Cuba hanno rapporti economici e finanziari e che, in alcuni casi è arrivato ad impedire l’arrivo sull’isola di donazioni di generi di prima necessità ed ospedalieri.
Questo Blocco è stato condannato di recente da oltre settemila artisti ed intellettuali che ne chiedono la fine immediata. Questa la notizia riportata da Prensa Latina: Chiesta nel mondo la fine del blocco contro CubaQuesto Blocco è fuori dal Diritto Internazionale e si configura come atto di guerra e genocidio nei confronti del popolo cubano e del governo rivoluzionario dell’isola.
Dal 1992, per ben sedici volte consecutive, le Nazioni Unite hanno condannato questa pratica illegale che, calcolando per difetto fino a dicembre 2007, ha causato perdite economiche per Cuba per un valore superiore ai 93 miliardi di dollari.
L’Italia, fin dal 1995, ha sempre votato a favore della risoluzione cubana (prima si asteneva) che vede, puntualmente, il voto contrario di Usa ed Israele.

Da “L'Ernesto” - Newsletter - n. 75 30 Ottobre 2008

mercoledì 16 gennaio 2008

L'embargo infinito di Cuba

Il 30 ottobre scorso l'ONU ha chiesto per la sedicesima volta la fine dell'embargo a Cuba. Per altre quindici volte era già accaduto, ma a differenza col passato il 30 ottobre c’è stato praticamente un plebiscito.
La risoluzione che ha chiesto la fine dell'embargo imposto dagli Stati Uniti a Cuba è stata, infatti, adottata con una larghissima maggioranza: ben 184 Paesi hanno votato a favore, appena quattro i contrari e un astenuto.
La risoluzione fa «appello a tutti gli Stati ad astenersi dal promulgare ed applicare leggi e misure (come quelle previste dall'embargo americano), in conformità con i loro obblighi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale» e prosegue invitando «gli Stati che hanno e continuano ad applicare queste leggi e questi provvedimenti a prendere le misure appropriate per revocarle o invalidarle al più presto possibile».
La settimana prima c’era stata la presa di posizione del presidente americano George W. Bush, che al Congresso aveva confermato l'intenzione di mantenere le sanzioni imposte a Cuba nel 1962.
I voti contrari sono stati quelli degli ambasciatori di Israele, delle isole Palau e delle isole Marshall, oltre ovviamente agli Stati Uniti. Unica astenuta, la Micronesia.

Notizie su Cuba e la sua storia qui

sabato 28 luglio 2007

Medici a Cuba

L’altro giorno sfogliando Liberazione ho letto un’interessante notizia: otto giovani americani si laureano in medicina a L’Havana a spese di Fidel Castro.

Vi chiederete: come è possibile?
Per il momento sono otto i neolaureati americani. Ma presto ne seguiranno altri. Sono ottanta, infatti, gli studenti statunitensi che hanno preso parte all'accordo bilaterale tra il governo di Cuba e "Black Caucus", un'organizzazione di afroamericani che siede al Congresso di Washington.
Questo accordo ha permesso a studenti poveri di realizzare il proprio sogno e laurearsi in medicina. I costi dei corsi di medicina negli Usa sono proibitivi mentre a Cuba gli studenti hanno avuto accesso all'università più vitto e alloggio pagati, hanno potuto sostenere esami di clinica medica e anatomia e ottenere la laurea dopo sei anni di studi.
Ora torneranno negli States a prestare assistenza ai più disagiati.
Evelyn Erickson, di New York, una dei neolaureati presso la Scuola Latino Americana di Medicina dell'Avana ha detto alla Bbc «Ci viene dato tutto, dai libri alle uniformi. Ma a condizione che torniamo nelle nostre comunità a fornire assistenza sanitaria. Ed è quello che vogliamo fare».
L’umiliazione per l’America, pardon per gli Stati Uniti, concerne contemporaneamente due aspetti: quello della quantità di persone senza copertura sanitaria e quello della difficoltà di accesso all'università per i più poveri.
Da ricordare anche lo scalpore suscitato da Michael Moore, che per realizzare il suo ultimo documentario, "Sicko", ha trasportato in barca a Cuba un gruppo di ammalati sprovvisti di assicurazione sanitaria.