domenica 13 maggio 2012

Diciamo NO allo spreco più grande


l governo italiano ha chiesto a noi cittadini di aiutarlo nella lotta agli sprechi segnalando via Internet quali sono secondo noi le spese inutili da tagliare. 
E noi segnaliamo lo spreco più grande: le spese militari che risucchiano ogni anno miliardi di euro dei nostri soldi.


Qualche esempio?

Guerra in Afghanistan: oltre 760 milioni in un anno 
Acquisto degli F-35: 15 miliardi nei prossimi anni 
Parata militare del 2 giugno: 10 milioni di euro nel 2011




I nostri politici, ‘tecnici’ e non, forse non hanno letto l’ultimo rapporto della Corte dei conti statunitense (il Gao) sul programma F-35 Joint Strike Fighter, reso pubblico lo scorso 20 marzo. O forse lo hanno ignorato, come hanno fatto del resto i mass media italiani.
Nel rapporto viene detto che i nuovi cacciabombardieri (di cui l’Italia vuole comprare 90 unità a un costo di almeno 10 miliardi di euro) sono gravemente difettosi e richiederanno modifiche progettuali che ne faranno lievitare ulteriormente i costi. Dalla lettura del documento del Gao emerge chiaramente che gli Usa, e noi alleati, stiamo gettando miliardi in un pozzo senza fondo per delle macchine che ancora non funzionano perché non collaudate”.
“Lo sviluppo dei sistemi che garantiscono la capacità di combattimento del Joint Strike Fighter rimane in ritardo e a rischio: ad oggi – si legge nel documento – solo il 4 percento dei requisiti sono stati verificati (…). I caschi dei piloti con i display integrati si sono rivelati il problema più rischioso (…). Altri problemi ci sono con i radar, con il processore integrato, con gli equipaggiamenti di comunicazione e navigazione e con le capacità di guerra elettronica” (…). “Lo scorso ottobre i collaudatori hanno denunciato problemi anche con il sistema di visione notturna e con la manovrabilità del velivolo e in generale una scarsa affidabilità”
“Lo sviluppo del software di bordo, il più complesso mai realizzato, sta prendendo più tempo del previsto e pone rischi tecnici sgnificativi” (…). “La variante del velivolo per le portaerei non si è dimostrata adatta all’imbarco per problemi con l’uncino di coda, richiedendo una riprogettazione” (…). “Vanno ancora fatti i collaudi sul volo a bassa quota, sul funzionamento dei sistemi d’arma e di attacco in picchiata e potrebbero riservare altre sorprese”.
Il rapporto spiega come le modifiche resesi necessarie finora per “rimediare alle deficienze emerse nel corso dei collaudi” abbiano già fatto raddoppiare dal 2001 a oggi il costo complessivo del programma (da 183 a 312 miliardi di euro) e di ogni singolo aereo (da 63 a 127 milioni di euro): ma il peggio, lascia intendere il Gao, deve ancora venire.
“Il numero di modifiche al programma rimarrà molto elevato fino al 2019 (…). Con il passaggio alla fase di sviluppo dei software più complessi e delle capacità avanzate, il Jsf presenterà problemi costosi. Con la maggior parte dei collaudi di volo ancora da fare, il programma subirà ancora molte revisioni progettuali e continue modifiche del processo produttivo (…) con prevedibile ulteriore crescita dei costi”.

One Response to La verità della Corte dei conti Usa sugli F-35

lunedì 7 maggio 2012

Gridiamoglielo in piazza!



Appello per la manifestazione del 12 Maggio.

Mai come in questo momento la Costituzione della Repubblica rischia di essere travolta a partire dall’articolo 1: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
Il valore e la natura stessa della democrazia e dei diritti del lavoro sono infatti gravemente sviliti da controriforme e manovre economiche inique, esplicitamente dettate da poteri politici e finanziari esterni al sistema istituzionale del nostro Paese.
Il Governo Monti, pur formalmente legittimato dal sostegno della maggioranza trasversale di un Parlamento ampiamente logorato nella propria rappresentanza e credibilità, a partire dalle stesse modalità elettorali che lo hanno espresso, agisce al di fuori di un mandato popolare.
L'introduzione del vincolo del pareggio di bilancio subordina l'esigibilità dei diritti sociali e alla salute, all'istruzione, alla previdenza e all'assistenza alle "superiori" ragioni del mercato.
La riforma del lavoro, con lo svuotamento dell'articolo 18 e la sostanziale liberalizzazione del lavoro precario, segna un salto di qualità nel dominio e nella ricattabilità del lavoro i cui diritti sono già in via di destrutturazione per l'attacco portato dal governo Berlusconi alla contrattazione nazionale e alla democrazia sindacale.
Queste politiche sono tanto inique socialmente, quanto recessive e fallimentari sul terreno economico, e stanno portando il paese in un baratro senza precedenti.
Opporsi a queste politiche e concorrere alla costruzione di un modello sociale ed economico alternativo è pertanto dovere di ogni cittadina e cittadino democratici: è il compito urgente che abbiamo tutti noi, in Italia ed in Europa.
Un'alternativa che contrasti effettivamente la speculazione, usata insieme al debito contratto dagli Stati per salvare speculatori ed affaristi, come una clava per distruggere i diritti sociali.
Un'alternativa volta a redistribuire la ricchezza, a fronte della crescita scandalosa delle disuguaglianze, ad aumentare salari e pensioni, istituire il reddito sociale, riqualificare ed estendere il sistema di welfare.
Un'alternativa che si fondi sulla centralità dei diritti del lavoro, riconverta le produzioni nel segno della sostenibilità ecologica, investa nella conoscenza e nella cultura, ampli la sfera dei beni comuni sottratti al mercato, riqualifichi il pubblico a partire da un nuovo modello di democrazia e partecipazione.
Un'alternativa all'insegna di politiche di pace e cooperazione contro le logiche di guerra con la drastica diminuzione delle spese militari.
Per queste ragioni, facciamo appello a scendere in piazza il 12 Maggio a Roma.

Contro il governo Monti, le politiche della BCE, della UE e il Fiscal Compact.
Per difendere la democrazia, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, la Costituzione, per l'Europa sociale.

sabato 5 maggio 2012

Non votare per l’ABC

di Giorgio Cremaschi

Nel pieno della crisi economica e sociale e della devastazione dei diritti e del futuro di lavoratori e disoccupati, improvvisamente compaiono le elezioni amministrative. Viste dal punto di vista della realtà sociale, esse hanno un sentore di truffa. Il Partito democratico, il centro, il partito di Berlusconi, sono stati d’accordo nel portare le pensioni a 70 anni, nel cambiare la Costituzione con la catastrofica misura del pareggio di bilancio, sugli accordi europei con Merkel e Sarkozy, sulla distruzione dell’articolo 18. Sono d’accordo sull’Imu e sulle tasse che vengono imposte sulle buste paga e sulle pensioni. Sono d’accordo su tutte le cose più importanti, eppure i principali partiti che sostengono il governo Monti fingeranno a queste elezioni di scontrarsi, litigheranno per davvero anche per conquistare, in opposizione l’uno all’altro, le amministrazioni. Non vogliamo entrare nel merito delle candidature a sindaco, queste hanno ognuna una propria storia, una propria legittimità. Discutiamo invece proprio del ruolo dei partiti di governo. Un ruolo che prefigura già, in queste elezioni quelle del 2013. Che, se non succede qualcosa, rischiano di essere le più false della storia della Repubblica.

Il governo Monti, infatti, sta impegnando già il prossimo governo e quelli successivi nella continuità dell’attuale politica economica. Lo fa con gli accordi internazionali in Europa come il fiscal compact , lo fa con le scadenze della controriforma del mercato del lavoro, con quelle della controriforma delle pensioni, con le liberalizzazioni e le privatizzazioni. E’ ridicolo pensare che questo sia un governo a termine di emergenza. Questo è un governo costituente, che sta preparando il programma anche dei governi futuri, purché ovviamente siano in continuità con esso. Questa continuità può essere rotta solo colpendo elettoralmente tutte le forze che sostengono il governo Monti, creando così un nuovo quadro politico. Un quadro politico che impedisca la continuità di quelle politiche economiche che hanno portato Grecia, Portogallo, Spagna al disastro, l’Italia lì vicino, tutta l’Europa in recessione.

Per ottenere questo cambiamento c’è da sperare che, a partire dalla Francia, ci sia una rottura con l’Europa di Monti, Merkel e Sarkozy. E che questa rottura si estenda in tutto il continente. Per questo noi oggi facciamo un appello a non votare tutti i partiti che sostengono il governo Monti. Non votiamoli alle amministrative e prepariamoci a non votarli alle politiche. Non votare e non far votare l’ABC (Alfano, Bersani, Casini) è un mondo concreto per dire no a Monti e alla sua politica disastrosa.

lunedì 30 aprile 2012

La Resistenza non è stata un pranzo di gala

Dietro al concetto politicamente corretto del “rispetto dell’avversario” che tanto va di moda, e che parifica idee diverse tra loro come egualmente legittime, si nasconde la grande bugia – resa verità a buon mercato – di questi ultimi venti-trenta anni di sdoganamento storico e morale del neofascismo italiano.
Il disegno insito nella più grande ideologia moderna – spacciata come dottrina anti-ideologica per eccellenza – è quello degli opposti estremismi. Utile e finalizzato a mettere sullo stesso piano partigiani e ragazzi di Salò. Studenti del liceo di “estrema sinistra” e di “estrema destra”. La curva con la bandiera del Che Guevara e quella con gli slogan nazisti. I libri neri sul comunismo e quelli sul nazifascismo. Le foibe da una parte, i rastrellamenti a Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e tutto il resto dall’altra. Tutti colpevoli, e allora tutti uguali. E quindi, se i ”rossi” possono parlare perché non posso farlo anche i “neri”?

Di un fraintendimento del genere è rimasta vittima anche la sinistra. Il primo a legittimare il Msi fu, non a caso, un socialista: Bettino Craxi. Oggi ci si accontenta dei Piero Sansonetti, dei Giampaolo Pansa, dei Luciano Violante, dei grillini che citano Pertini a sproposito: perché la tolleranza – secondo loro – va applicata sempre e a tutti, anche verso chi dell’intolleranza fa il proprio credo.

Invece – vaglielo a spiegare – i nostri padri costituenti ci avevano spiegato già tutto, ben prima che questi novelli guru si erigessero a paladini delle libertà (di far danno). Se avessero vinto i ragazzi di Salò, quelli come Togliatti, Nenni e De Gasperi sarebbero stati confinati a Lipari, a voler essere buoni. Vinse la democrazia, e gli Almirante, i Romualdi e i Michelini poterono accomodarsi tranquillamente in parlamento. Ecco qual è stata la differenza, la riprova di chi allora stava nel giusto e chi nel torto.

La Resistenza non è stato un pranzo di gala. È stata sangue, violenza e sacrificio. Sangue di innocenti contro sangue di colpevoli. Il buonismo da salotto di settanta anni dopo è partigiano. Partigiano dalla parte sbagliata. Chi crede ancora in quei valori non fa paragoni né celebra riti di equidistanza. Le cose vanno dette per quel che sono, senza derubricarle a folklore: chi non festeggia il 25 aprile, oggi come allora, è un nemico della democrazia.

Matteo Pucciarelli

Il nostro 25 aprile a Monte Sole (Marzabotto)



sabato 28 aprile 2012

Consiglio comunale del 26/04/2012


Giovedì 26 aprile si è tenuto il Consiglio comunale che ha discusso i punti sottoriportati.



Le comunicazioni del Sindaco hanno riguardato le assemblee indette per illustrare il sistema di raccolta dei rifiuti "porta a porta" e il rinvio al 28 della celebrazione del 25 aprile.

I verbali delle sedute precedenti sono stati approvati all'unanimità.

Per l'approvazione del rendiconto consuntivo della gestione dell'esercizio finanziario 2011 è stato prima necessario approvare un emendamento riguardante le spese di rappresentanza, il cui elenco, pur obbligatorio per legge, non era stato allegato alla documentazione. Su questo punto ci siamo astenuti.

Ci siamo astenuti anche sull'approvazione dello schema di convenzione per l'attuazione delle previsioni urbanistiche dell'area 12, ambito I4, del P.R.G. di proprietà del Sig. Bianchelli Leonardo (realizzazione percorso pedonale) in quanto a nostro giudizio non atti di questa natura non sono più di competenza del Consiglio comunale in virtù della legge n. 106/2011.

Abbiamo invece votato contro alla convenzione-contratto (che strana dizione…) ex art. 11 L. 241/1990: contraente DOMUS IMMOBILIARE SRL. Costruzione di opere di urbanizzazione a scomputo del contributo di costruzione in quanto l'atto sottoposto al Consiglio comunale riguardava appunto lo scomputo del costo di costruzione non normato dalla legge. 
Non ci è sembrato condivisibile il parere del legale sentito su questa questione per cui tutto ciò che non è vietato è implicitamente permesso. Inoltre, a detta dello stesso legale, l'atto di fatto si sostanzia in una modifica del permesso di costruire che tutto è meno che competenza del Consiglio comunale. 
Sarebbe bene che chi prende certe decisioni, giuste o sbagliate che siano, se ne assuma la responsabilità in prima persona…

L'elezione del rappresentante della minoranza in seno al Consiglio dell'Unione dei Comuni di Agugliano, Camerata Picena, Offagna, Polverigi e Santa Maria Nuova ha visto la nomina del Consigliere Franca Bassani in sostituzione del dimissionario Dante Tamburo.

La sostituzione del Consigliere dimissionario Dante Tamburo con il Consigliere Giorgio Balercia quale componente designato della prima Commissione ha visto una procedura a dir poco anomala in quanto il punto non solo è stato sottoposto a voto e non si è trattato di una semplice presa d'atto, ma addirittura è stato fatto votare dall'intero Consiglio. 
Ammettiamo il caso che la maggioranza avesse votato contro: ci saremmo trovati nella situazione che la rappresentanza di un gruppo di minoranza viene decisa dalla maggioranza. Siamo alla follia...

venerdì 13 aprile 2012

I nuovi fascismi

La Fornero chiude un sito.
Il delirio e la censura
di Guido Scorza

E' un provvedimento di una gravità inaudita e senza precedenti quello con il quale il Ministro del Lavoro ha ordinato alla Direzione Provinciale del lavoro di Modena l'immediata chiusura del proprio sito internet.
"Al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo anche per quanto attiene agli Uffici territoriali, si chiede alle SS.LL. di provvedere alla immediata chiusura del sito internet www.dplmodena.it".
E' questo il contenuto della nota che il Segretario generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha indirizzato lo scorso 5 aprile all'ufficio territoriale del proprio Ministero.
Un'iniziativa, quella del Ministro Fornero, politicamente inaccettabile e giuridicamente illegittima, sbagliata del metodo e nel merito.
Cominciamo dal metodo.
Quale che fosse il contenuto di talune delle pagine web – evidentemente invise al Ministro del lavoro – è evidente che nulla giustifica la chiusura di un intero sito internet per ottenerne la rimozione dallo spazio pubblico telematico. E' esattamente come chiudere un giornale a seguito della pubblicazione di un articolo che si ritiene – a torto o a ragione – diffamatorio. Anzi, peggio. E' come chiudere un ufficio pubblico perché uno dei dipendenti, funzionari o utenti che lo frequentano si è lasciato andare a qualche considerazione ritenuta inopportuna dal Ministro.
Il sito internet della Direzione provinciale del lavoro di Modena, rendeva accessibili al pubblico – un pubblico di oltre 18 milioni di utenti – migliaia di informazioni e documenti preziosi per i cittadini che ne visitavano le pagine.
Per convincersene è sufficiente visitare alcune delle pagine del sito ancora accessibili nonostante la censura ministeriale: notizie relative ai diritti dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione, informazioni e commenti relativi alla riforma del sistema pensionistico, pagine dedicate alle opportunità di lavoro per gli extra-comunitari o al rinnovo del permesso di soggiorno, solo per fare qualche esempio.
Centinaia di migliaia di contenuti sui quali si è abbattuta la mannaia censorea del Ministro Fornero.
Se la pubblicazione di taluni dei contenuti pubblicati sul sito era, davvero, illegittima – circostanza della quale è almeno lecito dubitare – il Ministero avrebbe potuto – a tutto voler concedere – dare al proprio ufficio indicazioni per la modifica o, a tutto voler concedere, per la rimozione.
Ordinare la chiusura di un sito internet è un gesto dettato o da un delirio di onnipotenza di un Ministro – e/o di un suo dirigente – che ritiene, evidentemente, di essere padrone dell'informazione o da una tanto profonda ignoranza delle dinamiche di circolazione dell'informazione online da risultare grave almeno tanto l'ipotesi del delirio di onnipotenza.
E veniamo al merito.
"Al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo".
E' questa la motivazione con la quale il Ministro del Lavoro ha disposto la chiusura del sito. E' uno scherzo? Un pesce d'aprile arrivato in ritardo?
Se così non fosse saremmo dinanzi ad uno dei più gravi attentati alla libertà di informazione ad opera di un Governo dal ventennio fascista ad oggi. Un provvedimento che ben avrebbe potuto portare la firma del Ministro per la propaganda di Mussolini o di quello dell'informazione di Saddam Hussein.
"Rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali" è, infatti, solo una parafrasi per dire che il Ministro non gradisce la diffusione e pubblicazione di notizie ed informazioni difformi dalle proprie. Fuori dal linguaggio istituzionale, il Ministro sta dicendo che non ammette che sulle pagine di un sito ricollegabile – in senso lato – al proprio Ministero siano pubblicate critiche ed opinioni contrarie alla propria azione di governo ed al modo di presentarla unilateralmente prescelto dal Ministro e dal suo staff.
E' un modo di guardare alla politica, al governo ed alla democrazia degno di un tiranno di altri tempi o del leader militare di una qualche dittatura anti-democratica: ci si sottrare al confronto, alla critica ed al dialogo a colpi di censura ed ordini di cancellazione di informazioni e contenuti sgraditi.
E' questa l'idea di sviluppo sociale e democratico che guida l'azione del Ministro Fornero? E' urgente che il Premier chiarisca la sua posizione al riguardo, prenda le distanze dal gesto del suo Ministro e la inviti, senza ritardo, a rassegnare le sue dimissioni. Non c'è miracolo economico né riforma del sistema del lavoro – ammesso anche che il Governo dei professori stia lavorando bene per perseguire tali obiettivi – che abbia un senso, se il prezzo da pagare è quello di accettare di risvegliarci in un Paese meno democratico e meno libero di quello nel quale abbiamo vissuto sino qui.

da Ilfattoquotidiano.it Mercoledì 11 Aprile 2012

giovedì 5 aprile 2012

Reddito di cittadinanza

di Giovanni Perazzoli

La trasmissione sullo stato sociale di Michele Santoro è stata un'altra occasione persa per parlare dello stato sociale. 
Per me che vivo in Olanda appare assolutamente incomprensibile che non si ponga in Italia alcuna attenzione ai sussidi di disoccupazione europei.
I giornali parlano di un "modello tedesco" che è frutto più di fantasia che di realtà. Tanto più, allora, perché non informare l'opinione pubblica italiana che in Germania (come in tutta Europa) non sono, attenzione, coloro che sono stati licenziati ad avere dallo stato l'affitto dell'alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato? Il sussidio termina, in mancanza di un'occupazione, con la pensione. Non èassolutamente vero quello che scrivono i giornali italiani che sia a tempo determinato. Confondono per ignoranza o in modo intenzionale l'indennità di disoccupazione e il sussidio di disoccupazione.
Come si fa a ignorare in Italia un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? Non me ne capacito. In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia...) non guadagna abbastanza ottiene un'integrazione del reddito, e anche chi lavora part time ottiene un'integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramente in Italia si ignora l'abc dello stato sociale? Mi pare strano da credere.
L'esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa spiega molte cose che in Italia vengono riproposte, lasciatemi dire, in modo del tutto assurdo. Spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia), spiega l'assenza di lavoro nero, spiega l'assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia). Non capisco perché nonostante l'Europa raccomandi dal lontano 1992 all'Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che a sinistra nessuno ne parli chiaramente. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà.
Certo non giova agli operai che si danno fuoco, alle famiglie che resteranno senza un reddito, e senza una casa di cui Santoro mostra ogni volta il dramma. Ma senza mostrare le soluzioni che in altri paesi hanno adottato da decenni, la denuncia mi pare parziale e anche un po' ambigua. Non mi pare che sia uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone è assolutamente normale. La Francia è stata l'ultimo paese in Europa ad adottare una forma di sussidio che di fatto è un reddito di cittadinanza ben venti anni fa. La rivista "Esprit" dedicò un numero speciale all'evento. Possibile che in Italia nessuno ne sappia nulla?
Le persone giudicano per paragoni e confronti. Se il confronto con gli altri paesi viene loro negato non ci si può lamentare che non cambi nulla. La primavera araba è iniziata con la possibilità di guardare con la televisione e con internet fuori del recinto nazionale. Lo stesso avvenne nei paesi dell'Est.
Forse non si vuole la democrazia europea e si guarda ad altro? In ogni caso, per scegliere bisognerebbe conoscere. Sapere che un'altra società non solo è possibile, ma già esiste da diversi decenni, impegnerebbe diversamente le forze politiche, e i sindacati. Questo sarebbe "rivoluzionario", e sarebbe europeo. L'unico che in Italia sta ponendo con coerenza il problema del reddito di cittadinanza sul modello europeo è Maurizio Landini; temo però sia un outsider, una scheggia impazzita del sistema.
Ichino ha detto in trasmissione che l'indennità di disoccupazione che vorrebbe introdurre il governo Monti è di qualche mese più lunga dell'indennità di disoccupazione tedesca (12 o 18 mesi). Ma non ha spiegato bene (anche perché nessuno glielo ha chiesto) che dopo l'indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c'è un altro sussidio, meno "ricco", per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l'affitto dell'alloggio. Vi pare poca cosa? Vi sembra un dettaglio trascurabile? Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo stato più di 1800 euro mensili. Non mi fermo qui sulle cifre e sulla tipologia dei benefici che hanno le persone che non lavorano nei paesi europei e in particolare in Germania: l'ho fatto nel numero in uscita su MicroMega.
Io mi chiedo sgomento: come è possibile dedicare un'intera trasmissione sullo stato sociale, far iniziare la Fornero con la sua proposta di riforma degli "ammortizzatori sociali", e non parlare dei sussidi di disoccupazione che esistono in Europa? Possibile che nessuno ritenga importante ricordare che è dal 1992 che l'Europa raccomanda all'Italia di adottare il reddito di cittadinanza? Possibile che nessuno abbia notato che anche nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l'invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e che la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell'Europa?
Una breve ricerca su internet: ecco una parte del testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale. Leggo:
Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell'impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.
Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.
Poi leggo:
(12) ... il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l'introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d'inserimento nella società dei cittadini più poveri;
O anche:
il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio 1989 in merito alla povertà (6), ha anch'esso raccomandato l'introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale
E dunque l'Europa raccomanda a tutti gli stati membri:
di riconoscere, nell'ambito d'un dispositivo globale e coerente di lotta all'emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.
E questo significa che al reddito minimo garantito si può avere accesso senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell'intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili.
In tutti i Paesi dell'Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria.
Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? Un mio giovane amico olandese ha fatto un'infinità di mestieri; è stato, tra le altre cose, maestro di sci, ha aperto una scuola di windsurf, ha aperto un Hotel, poi lo ha chiuso e aperto una ditta di costruzioni. È questo che si chiama "flessibilità", non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.
Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana). È per questo che l'Europa chiede le liberalizzazioni, non certo per perseguitare i tassisti (una delle cose, non so se più ridicole o drammatiche, è stata la farsa sui tassisti, come se da loro dipendesse lo spread. Magari si voleva solo alzare un gran polverone e mandare tutto il resto in caciara?).
Liberalizzare significa aprire l'accesso alle professioni senza doversi fare un tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby famigliare, politica, religiosa ecc. Significa che in Italia uno che vuole fare il giornalista o il notaio non debba essere figlio di un giornalista o di un notaio, significa che se vuole aprire un negozio si viene aiutati (come avviene in tutta Europa) e non ostacolati. È così difficile da capire? Aprire il mercato significa andare un po' a vedere come si fa carriera nella televisione di stato, alla Rai. Significa andare a vedere quanti sono i figli di papà dentro le università. Magari dei papà "riformisti". Ma veramente nessuno capisce che una cosa è la precarietà con la certezza del reddito e dell'alloggio, e un'altra è la precarietà con il niente?
Ho capito che il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d'appoggio di due concezioni della società completamente diverse.

sabato 24 marzo 2012

Perchè cancellano l'articolo 18

Perchè cancellano l’articolo 18
di Giorgio Cremaschi

Un industriale torinese nel passato ripeteva ad ogni assemblea dell’Unione industriali che bisognava abolire l’articolo 18, perché voleva in mano una pistola con il colpo in canna. Io poi non la uso, diceva, perché non mi piace licenziare, ma i lavoratori devono sapere che quella pistola ce l’ho.

Questa è il significato dello smantellamento dell’articolo 18 deciso dal governo con la scandalosa copertura del Presidente della Repubblica. L’articolo 18 viene semplicemente cancellato. Infatti i licenziamenti discriminatori sono vietati già oggi da qualsiasi convenzione, legge, costituzione, italiana, europea, internazionale. Ed è uno dei tanti falsi del governo che con questo provvedimento questo divieto sia esteso sotto i quindici dipendenti. Esso c’è sempre stato, ma non ha mai agito per la semplice ragione che nessun padrone è così stupido da licenziare per esplicita discriminazione personale, ideologica, razziale.

Su tutti gli altri licenziamenti, quelli veri, salta la copertura dell’articolo 18. Naturalmente salta per chi ce l’aveva, cioè per circa 8 milioni di lavoratori dipendenti. Non un piccolo numero, quindi. Ed è ridicolo questo balletto attorno all’applicazione della nuova legge nel pubblico impiego. E’ ovvio che sarà così, perché tutte le amministrazioni pubbliche, in un modo o nell’’altro, hanno applicato lo Statuto dei lavoratori. Quindi se questo viene cambiato ne assumono automaticamente anche le modifiche.

Ma tutto questo fa parte di quel misto di incompetenza, arroganza, sfacciataggine che oggi contraddistingue l’operato del ministro Fornero e del suo Presidente del Consiglio. L’articolo 18 è la reintegra del posto di lavoro, senza di essa il licenziamento è libero.

E’ utile ricordare che una legge contro la libertà di licenziamento c’era già prima dello Statuto dei lavoratori, è la legge 604 del 1966, legge che prevede il solo indennizzo in caso di licenziamento ingiusto. E’ stata proprio l’inefficacia di questa legge a indurre il Parlamento a introdurre quell’istituto della reintegra che il governo oggi smantella in forma brutale e truffaldina. La reintegra viene abolita del tutto per i licenziamenti cosiddetti economici. In un periodo di crisi, di ristrutturazione, di esternalizzazioni, di tagli comunque definiti, questo significa licenziare a piacimento. “Alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai”, diceva una vecchia battuta degli anni Trenta.

Anche il cosiddetto modello tedesco, che viene applicato ai licenziamenti disciplinari, cambia in maniera profondamente negativa lo Statuto. In questo caso, ammesso che il padrone sia così sciocco da usare questo strumento visto che può adoperare l’altro, quello economico, senza più alcun fastidio, spetta al giudice decidere se reintegrare il lavoratore o dargli una semplice compensazione della perdita del posto. Ora questo non è possibile. Nel caso di licenziamento ingiusto il giudice obbligatoriamente deve reintegrare il lavoratore. Quest’ultimo può anche decidere di transare economicamente con l’azienda, ma lo fa dopo che è stato riconosciuto il suo diritto al reintegro.

Se dovesse passare la nuova normativa, sarebbe il giudice a decidere tutto e dovrebbe essere il lavoratore a dimostrare che il licenziamento è così particolarmente ingiusto, da richiedere la sanzione della reintegra. Insomma, si avrebbe una sorta di inversione dell’onere della prova. Oggi è il padrone che deve dimostrare che ha licenziato giustamente, domani sarebbe il lavoratore a dover dimostrare che è stato ingiustamente licenziato. E’ lo scasso definitivo del sistema di tutele garantito dallo Statuto dei lavoratori. Così, in piena crisi economica, si sanziona un terribile squilibrio nelle imprese a favore di chi comanda, un ricatto permanente sul potere e sui diritti ancora esistenti. Con questo provvedimento tutto il mondo del lavoro diventerebbe precario, alla faccia della lotta alla precarietà.

Che la scelta del governo sia gravissima, profondamente antisociale e antidemocratica, di destra, lo sta finalmente comprendendo una vasta parte del paese. Si può dire che per la prima volta il governo Monti incontri un ostacolo, una risposta, una vera contestazione. Questo nonostante le incertezze e le ambiguità delle confederazioni sindacali, lo stato confusionale del Partito democratico, la debolezza delle opposizioni e la forza preponderante del potere mediatico e istituzionale a favore del governo. Per la prima volta monta una rivolta nel paese che sta sommando tutte le ingiustizie di questo governo delle banche e comincia a presentare a Monti il conto del proprio spread di diritti, sicurezze, condizioni di vita. Per questo bisogna andare avanti.

La manifestazione del 31 marzo a Milano è un primo appuntamento per dire no a questo governo e per costruire una risposta in grado di durare. Poi ci sarà lo sciopero generale, poi ci dovranno essere altre ed estese mobilitazioni. Non dobbiamo fermarci. Finalmente una parte importante del paese comincia a capire chi è, cosa vuole, perché bisogna a casa Monti. E’ il momento di diffondere ovunque questa presa di coscienza.

sabato 10 marzo 2012

A destra della destra

di Stefano Galieni

Ne ha fatta di strada Rutelli Francesco.
Verde, radicale, margherito (Lusi compreso) democratico, terzopolista, prima laico mangia preti e ora fervente baciapile.
Su un principio è stato però coerente, si è candidato ad ogni poltrona possibile ed immaginabile.
Da sindaco di Roma coltivò il giardinetto dei quartieri dell’alta borghesia lasciando in malora le periferie. Lo si votò per non avere Fini sindaco.
Cercò invano di divenire premier poi ricercò la poltrona del Campidoglio aprendo col solo suo nome e con i ricordi che evocava la strada al peggior sindaco che la Capitale abbia mai avuto, Gianni Alemanno.
Senza incarichi di prestigio non poteva resistere e mentre col grigiore dei capelli aumentava la sua inettitudine e l’eterna mediocrità che lo ha contraddistinto in ogni gesto si ritenne offeso “basta mangiare pane e cicoria” ebbe la sfrontatezza di gridare.
Ahi sti ricordi alla luce del giro di quattrini scomparsi al tempo dei Dl (nome nobile della Margherita), e allora fonda un partito nuovo dal nome modesto “Alleanza per l’Italia, perennemente sovrastimato nei sondaggi e pronto ad insinuarsi nel duo Casini Fini come terza spalla.
Si con Fini il suo antico avversario, capace oggi di scavalcarlo a sinistra in materia di diritti civili. L’ex delfino di Almirante non si scandalizza infatti pensando ad unioni civili, considera necessaria l’estensione del diritto di cittadinanza ai migranti nati e cresciuti in Italia.
E Rutelli? L’uomo buono che adotta i bambini del “terzo mondo”, il pio e devoto seguace di Santa Madre Chiesa, già da anni coltivava il sogno di occupare uno spazio che rischia di restare vuoto, quello del “razzismo democratico”. Già ai tempi della preparazione del programma dell’ultimo governo Prodi ebbe a dire:«Con la proposta di riforma delle leggi sull’immigrazione di questo governo si creeranno cittadini di serie A, gli immigrati e di serie B gli immigrati». Ma l’uscita sul Giornale berlusconiano rappresenta un ulteriore punto di caduta: “No alla cittadinanza per gli immigrati nati in Italia. Lampedusa si riempirebbe di donne in stato di gravidanza pronte a sfruttare la situazione” ha detto in sostanza, spiazzando anche il povero (si fa per dire) Borghezio. Difficile prevedere se sta lavorando per la costruzione di una sezione romana della Lega Nord, se cerca i voti di Forza Nuova, facile dire che non esistono margini etici per pensare a qualsiasi accordo, di ogni ordine e grado con un partito guidato da un leader del genere

giovedì 8 marzo 2012

Consiglio comunale del 01/03/2012


Pubblico cronicamente scarso.



Sui verbali delle sedute precedenti ci siamo astenuti in quanto non erano ancora pubblicati sul sito.
Il secondo punto ha riguardato le dimissioni, per motivi personali, del Consigliere Dante Tamburo che è stato sostituito da Marco Fabbietti.
Abbiamo votato contro al programma annuale delle collaborazioni in quanto l'importo ha superato il limite previsto dalla legge n. 122/2010.
Al termine della seduta sono stati consegnati alcuni diplomi ai volontari della Protezione Civile per il loro lavoro durante l'emergenza neve.